1140 giorni senza giustizia per Giulio Regeni, l’intervento di Riccardo Noury di Amnesty

La campagna #veritàpergiulioregeni cerca da 3 anni una verità giudiziaria che si accompagni a quella storico-politica dell'omicidio di stato.

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Giulio Regeni

La campagna #veritàpergiulioregeni non si accontenta della veridicità storico-politica che confina la sparizione del ricercatore italiano nel folto elenco degli “omicidi di stato” ma cerca – tenacemente da 3 anni – una verità giudiziaria che dia pace a mamma Paola, papà Claudio e alla sorella Irene. Una battaglia pubblica – non privata – a difesa dei diritti umani che ogni giorno sono calpestati da regimi antidemocratici di tiranni dispotici che, come quello egiziano, cestinano centinaia di morti innocenti per lo più uomini di pace arabi ed europei. “Giulio ha fatto la stessa fine dei nostri” dicono gli egiziani. Riccardo Noury chiama in causa come responsabili i due governi coinvolti, sia quello dove è avvenuto il sequestro, la sparizione e la brutale tortura sia quello di cui era cittadino Giulio.

L’Egitto ha ritardato, insabbiato e depistato le indagini mentre l’Italia si è eccessivamente preoccupata di non rovinare il suo rapporto con un partner “ineludibile” – come lo definì Alfano – tanto da farci capire che la difesa delle libertà non è mai rientrata tra le priorità dei tre governi susseguiti da quel Gennaio 2016. Gli interrogativi sul caso Regeni sono molteplici e le indagini hanno coinvolto le autorità egiziane (primo fra tutti il Procuratore Generale Sadek ), i servizi segreti inglesi (ricordiamo la “pista Cambridge” che ipotizzò un ruolo di infiltrato speciale per Giulio all’interno della contesa petrolifera tra governo britannico e italiano) e le istituzioni italiane (ripensiamo allo scandaloso rinvio del nostro ambasciatore Cantini al Cairo nel Settembre del 2017).

Perché è successo a Giulio? La risposta ce la fornisce sinteticamente Riccardo Noury: Psicosi sulla sicurezza nazionale! Dopo il colpo di Stato del 2013 in Egitto è diventata prassi mettere sotto inchiesta tutte le associazioni operative non governative che ricevono finanziamenti esteri sotto cui è ricaduta anche l’attività di ricerca sui sindacati locali condotta da Giulio Regeni per il suo dottorato.

Chi ha ritrovato il corpo come si è accertato della sua identità? E com’è successo che il sistema di sicurezza egiziano abbia erroneamente riconosciuto in Giulio una spia? Come consiglia Carlo Bonini, uno dei giornalisti fedelissimi al caso Regeni, bisogna abbandonare il nostro moderno apparato di pensiero occidentale e rinunciare alle spiegazioni logiche perché Giulio è stato ammazzato senza motivo, probabilmente vittima di un conflitto tra servizi di sicurezza di cui le istituzioni ne sono terribilmente responsabili! Se non fosse stato per l’incidente di un minibus nella zona desertica nota come “discarica dei corpi torturati” non avremmo nemmeno un corpo – trasfigurato – su cui piangere.

L’identificazione con Giulio e la sua famiglia ha contribuito a un’enorme mobilitazione nazionale che agisce tramite il web (la pagina “Giulio siamo noi” fa un lavoro splendido sottolinea il portavoce di Amnesty) e tramite affissioni, colorando di giallo centri culturali, palestre, università, scuole e piazze di tutta Italia. L’obiettivo è tenere alta l’attenzione sulla mancata giustizia continuando a fare ciò che faceva Giulio, incontrare gli altri per sostenere insieme la difesa di quei diritti che consideriamo inviolabili. L’errore più grande sarebbe consegnare Giulio Regeni alla memoria, come un personaggio storico a cui dedicare onorificenze e titoli. Il nostro dovere – da cittadini del mondo – è invece partecipare attivamente alla campagna in suo nome e scoprire le carte che le Nazioni Unite possono ancora giocare, cioè attivare dei meccanismi para-giudiziari per incidere sulla reputazione internazionale dell’Egitto, spingendolo finalmente alla collaborazione.

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