“1917”: il film che affronta la Grande Guerra in modo unico

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La trama di questo film firmato da Sam Mendes, che ha ottenuto dieci Nomination e vinto tre Premi Oscar 2020, è di una semplicità assoluta, tanto che la sua sinossi può essere tranquillamente sintetizzata in poche righe: nel pieno del primo conflitto mondiale, a due giovani caporali britannici viene dato l’incarico di portare un messaggio urgente oltre le linee nemiche per avvisare un altro battaglione ed impedirgli di cadere in un imboscata tedesca che provocherebbe  milleseicento morti.

Nulla di particolarmente originale, dunque. Esposta a grandi tratti, è vicenda che abbiamo già vista declinata in varie forme, varie latitudini, varie epoche, vari conflitti. Sam Mendes ha però la straordinaria capacità  di rendere unico ciò che non lo è e vi riesce facendo, per così dire, prevalere il “come” sul “cosa”, raccontando cioè la storia dei due giovani caporali con uno stile e una maestria davvero fuori dal comune. La loro missione suicida è, infatti, sviluppata in un unico piano sequenza o, quantomeno, in una forma che lo spettatore avverte come tale.  Per i meno avvezzi ai termini della tecnica cinematografica ricordiamo che il piano sequenza è una lunga inquadratura senza stacchi che riprende una o più scene che tradizionalmente sarebbero raccontate con più inquadrature, per cui spesso è utilizzato per riprendere una trama in cui il tempo reale coincide con il tempo cinematografico.

E’ una forma narrativa che prevede, oltre ad una lunga ed accuratissima fase di preparazione, una grande sapienza registica e non a caso è stata utilizzata da grandi maestri: da Alfred Hitchcock (“Nodo alla gola”)a Michelangelo Antonioni (“Professione reporter”), da Brian De Palma (“Omicidio in diretta”) a Martin Scorsese (“Quei bravi ragazzi”). Nel caso di “1917” Sam Mendez “gioca” con lo spazio e con il tempo da autentico virtuoso e ci racconta le ventiquattro ore della missione nelle due ore del film senza (apparentemente) mai passare da un inquadratura all’altra ma rimanendo sempre, costantemente in contatto con i due protagonisti in modo tale che quanto inquadrato della macchina da presa coincide, senza soluzione di continuità, con lo sguardo stesso dello spettatore. L’effetto, lungi dal ridursi ad un puro esercizio stilistico, è quello di un immersione totale nella vicenda, di un pathos ininterrotto, di una tensione che non molla mai la presa: il tutto sempre perfettamente e meravigliosamente funzionale alla vicenda narrata.

Un opera, dunque, davvero fuori dal comune che, oltre alla magistrale regia di Sam Mendez -autore, non a caso, di altri film memorabili come “American Beauty” ed “Era mio padre”- può vantare presenze eccellenti tanto nel cast tecnico che in quello artistico. Meravigliosa la fotografia (che infatti si è guadagnata uno dei tre Oscar), straordinarie sia la scenografia che gli effetti visivi (altro Oscar). Di altissimo livello sono anche le interpretazioni: da quelle sorprendenti di George MacKey e Dean-Charles Chapman nei panni dei due giovani caporali ai tanti camei di interpreti più affermati, primi tra tutti quelli di Colin Firth e di Benetict Cumberbatch rispettivamente nei ruoli del generale che assegna la missione e del colonnello che riceve, infine, la preziosa missiva.

Una particolare menzione è dovuta, in ultimo, al nonno del regista Alfred H. Mendez, dalla cui autobiografia e dai cui racconti il nipote Sam ha tratto ispirazione per realizzare “1917”: un grande film che vi consigliamo senza riserve.

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