ACCADDE OGGI 1 ° MAGGIO 1947: 75 ANNI FA LA STRAGE DI PORTELLA DELLA GINESTRA; A VITERBO IL PROCESSO

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Guardando agli avvenimenti italiani con occhio storico si potrebbe dire che la strategia stragista costituisca una fenomenologia endemica e continuamente affiorante nella storia della Repubblica Italiana, almeno fino ai primi anni Novanta e ancora oggi si protraggono indagini, processi e ricostruzioni lungo quel filo di sangue che attraversa Piazza Fontana, Piazza della Loggia, il treno Italicus, la stazione di Bologna, Capaci, via D’Amelio, via dei Georgofili etc.
La strage siciliana del 1° maggio 1947 di Portella della Ginestra può essere considerata come la prova generale di questa via italiana alla gestione dei conflitti politici, sociali, economici e malavitosi.

Una strage che ha un prologo importante: undici giorni prima si erano svolte le elezioni per l’istituzione dell’ARS, l’Assemblea Regionale Siciliana, organo politico centrale della Regione a statuto speciale Sicilia. Al cosiddetto “blocco liberal-qualunquista” e alla Democrazia Cristiana andranno le cariche maggiori ma la coalizione PCI, PSI e PdA (Partito d’Azione) ottiene il maggior numero di voti e questo pone in stato di massima allerta un’ampia rete di interessi politici, economici, mafiosi, indipendentisti e non meglio precisate “frange statunitensi”.
Quel 1° maggio diverse migliaia di contadini e lavoratori si riuniscono in località Portella della Ginestra, nel comune di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, per festeggiare la giornata dei lavoratori, la performance elettorale della sinistra e per chiedere la Riforma Agraria e migliori condizioni di lavoro per i braccianti agricoli.
Ma a quell’incontro qualcuno convoca un personaggio che con la festa dei lavoratori c’entra pochissimo: il famigerato bandito Salvatore Giuliano e la sua banda e si racconta che Giuliano abbia ricevuto l’incarico di compiere la strage tramite una “lettera”; lettera che sarebbe stata bruciata subito dopo la lettura.
Alle 10 del mattino del 1° maggio 1947 gli uomini di Giuliano aprono il fuoco a colpi di mitra sulla folla ignara; i morti sono 11, di cui tre bambini ma un numero mai precisato morirà successivamente a causa delle ferite.

Nei giorni successivi si verificano attentati con bombe a mano e colpi di mitra alle sedi del PCI di Monreale, Carini, Cinisi, Terrasini, Partinico, S. Giuseppe Jato con un morto e numerosi feriti.
La caccia all’imprendibile bandito Giuliano si conclude solo tre anni dopo, nel 1950, con l’assassinio da parte del suo guardaspalle Gaspare Pisciotta; un assassinio molto probabilmente commissionato perché il bandito era diventato scomodo, troppo incontrollabile e fonte di pericolose rivelazioni. È altamente probabile che a Pisciotta viene affidato anche l’incarico di depistare le indagini attraverso false informazioni agli inquirenti; quando viene catturato fornisce dichiarazioni che appaiono subito inattendibili. Malgrado questa obbedienza Pisciotta non sfuggirà alla severa legge del sistema mafioso. Si aspettava un trattamento di riguardo per aver tolto di mezzo Giuliano invece si troverà con una condanna all’ergastolo da scontare all’Ucciardone e nella scomoda posizione di chi può fare rivelazioni altrettanto scomode.
È così che il 9 febbraio 1954, nella sua cella, gli danno un caffè nel quale era stata disciolta una dose letale di stricnina; muore 40 minuti dopo tra atroci sofferenze addominali nell’infermeria del carcere. Le indagini riveleranno che nel carcere siciliano la stricnina era utilizzata come veleno per i topi.
Una fine simile toccherà a tanti altri membri della banda Giuliano.

Il processo di Viterbo, istruito per giudicare i colpevoli della strage, dura dal 1950 al 1953 e si conclude con la sentenza che stabilisce Salvatore Giuliano e la sua banda unici e autonomi ideatori e responsabili della strage; una strage dettata dall’odio personale contro la sinistra.

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