ACCADDE OGGI – 11 GIUGNO 1289: DIVAMPA LA BATTAGLIA DI CAMPALDINO; LA BATTAGLIA DI DANTE

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Il Medioevo è una fenomenologia storica complessa dove dinamiche geopolitiche globali si intrecciano con fattori locali e Campaldino è l’epicentro dove la lotta fra guelfi e ghibellini si sovrappone all’antica rivalità fra le potenti città di Firenze (prevalentemente guelfa) e di Arezzo (prevalentemente ghibellina) per l’egemonia sulla Toscana del 13° secolo. Guelfi e ghibellini sono terminologie derivanti dall’italianizzazione di due parole tedesche, passate col tempo a designare e distinguere i sostenitori del papa (i guelfi) dai sostenitori dell’imperatore del Sacro Romano Impero (ghibellini).

I venti di guerra soffiano a Firenze già dal 13 maggio del 1289 quando viene costituita una poderosa armata di 10 mila fanti e 1300 cavalieri. Tra i ranghi fiorentini figuravano il ventiquattrenne cavaliere Dante Alighieri e il poeta Cecco Angiolieri. Dante faceva parte dell’élite detta i “feditori”, ossia i cavalieri di punta, incaricati di sferrare il primo assalto contro le linee nemiche; un ruolo di grande prestigio ma anche estremamente rischioso.

I capi militari erano, fra gli altri, i francesi Guglielmo (Guillome) de Dufort e il suo pupillo Amerigo (Aimeric) de Narbonne, Vieri de’ Cerchi, banchiere guelfo in Firenze e Corso Donati, detto il Grande Barone, allora podestà di Pisa e lo stesso podestà di Firenze Ugolino de’ Rossi.

In realtà i fiorentini in passato avevano già tentato di prendere Arezzo ma la città aveva resistito bene costringendo gli attaccanti a desistere dall’assedio. Questa volta l’armata guelfa scelse un percorso diverso: anziché scendere in direzione del Valdarno passarono per l’impervio Casentino e questo contribuì a ritardare l’avvistamento da parte degli aretini.

Quando l’avanzante armata fiorentina venne scoperta Arezzo si trovò costretta a mettere rapidamente insieme un esercito di 10 mila fanti, più o meno come quello avversario ma di soli 800 cavalieri, 500 in meno dei rivali; tuttavia decisero di uscire dalla città per affrontare il nemico in campo aperto ed evitare l’assedio e il saccheggio del contado. Il capo dell’armata aretina era il vescovo Guglielmo degli Ubertini che, come tale, combatteva armato di mazza anziché di spada o lancia in osservanza dell’obbligo per gli uomini di chiesa di non versare sangue sul campo di battaglia; Guglielmo condivideva il comando con Bonconte da Montefeltro, della nota casata dei signori di Urbino.

Le due armate entrarono in contatto la mattina del sabato 11 giugno 1289, esattamente 732 anni fa, nella piana di Campaldino, fra Poppi e Pratovecchio (Oggi Pratovecchio-Stia); ma i fiorentini furono bravi a prendere posizione nella parte più elevata, ossia più favorevole in quanto consentiva di attaccare dall’alto verso il basso. I ghibellini aretini furono i primi a dar battaglia scatenando un’onda d’urto di trecento feditori al galoppo comandati da Bonconte da Montefeltro seguiti dal resto della cavalleria al trotto e dalla fanteria al ritmo di corsa. La cavalleria fiorentina subì l’attacco e molti furono disarcionati; tra questi lo stesso Dante che, come racconterà lui stesso, fu preso dal terrore e cercò riparo allontanandosi dal centro della battaglia. In breve la battaglia si trasformò in una furibonda mischia con combattimenti sparsi per tutto il campo di battaglia; Guglielmo di Durfort cadde colpito da una freccia di balestra, Aimeric de Narbonne venne seriamente ferito.

A quel punto intervennero due fattori favorevoli ai fiorentini: i loro balestrieri, dotati di muri difensivi mobili, potevano tirare con maggiore precisione mentre le ali della fanteria fiorentina, non colpite dal potente attacco frontale dei feditori aretini, si chiusero a tenaglia accerchiando il nemico. Tuttavia l’evento effettivamente risolutivo a favore dei fiorentini fu l’attacco con le riserve: Corso Donati ordinò ai suoi cavalieri feditori rimasti di riserva di caricare il fianco destro dei ghibellini aretini riuscendo a scompaginarne i ranghi separando i cavalieri dai fanti. La battaglia era praticamente vinta ma non finita perché, come era in uso nel Medioevo, le battaglie si concludevano con la cosiddetta “caccia”, ossia la cattura di quanti più nemici possibile da restituire dietro pagamento di cospicui riscatti.

Nel tardo pomeriggio si scatenò un forte temporale estivo e venne ordinata la sospensione delle ostilità; gli aretini contarono 1700 caduti a fronte dei 300 di parte fiorentina; oltre mille i prigionieri ghibellini catturati e tradotti in Firenze dai vincitori guelfi. Una parte furono restituiti dietro il pagamento di un riscatto; quelli non riscattati morirono nelle durissime prigioni fiorentine.

Il podestà di Firenze Ugolino de’ Rossi poté rientrare da vincitore in Firenze con il “pallio di drappo d’oro sopra il capo” consegnando Firenze al ruolo di protagonista assoluta del basso Medioevo e del Rinascimento italiano.

Testimonianza diretta di quella battaglia è riportata nel canto V del Purgatorio della Divina Commedia.

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