ACCADDE OGGI 11 NOVEMBRE 1961: TREDICI AVIATORI DELL’AERONAUTICA MILITARE ITALIANA VENGONO TRUCIDATI A KINDU, NELLA REPUBBLICA DEL CONGO

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La guerra fredda degli anni ’50-’60 è stata un conflitto spesso sotterraneo ma non per questo meno avido di sangue e uno degli episodi più efferati è quello che è passato alla storia come “l’eccidio di Kindu”.
Nella prima metà degli anni ’60 il Congo è uno dei punti caldi di questa strana guerra: nel giugno 1960 si conclude la dominazione coloniale del Belgio e comincia la tormentatissima vicenda della neonata Repubblica del Congo, contrassegnata da continui conflitti tra le varie fazioni che si contendono il potere con le armi in pugno. Secondo un copione puntualmente rispettato in tutti i focolai di guerra del secondo Novecento USA, URRS e Cina appoggiano le varie fazioni in base ai propri interessi strategici. Il congruo contributo di questo tassello a quanto 60 anni dopo papa Francesco qualificherà come “terza guerra mondiale a pezzetti” viene stimato tra i 100 e i 200 mila morti.
Nel tentativo di sedare i combattimenti l’ONU invia i celebri “caschi blu”, truppe di interposizione fra le fazioni avverse; l’Italia, che avrà tanti difetti ma che nelle situazioni di crisi non si tira mai indietro fornisce il supporto aereo per i rifornimenti ai caschi blu impegnati sul terreno.
L’11 novembre 1961 di 60 anni fa è un sabato e due C-119 da trasporto, Lyra 5 e Lupo 33, della 46^ Aerobrigata di Pisa, decollano dalla capitale Leopoldville per portare rifornimenti ad un reparto di caschi blu malesi che presidia l’aeroporto di Kindu. Dopo lo scarico, alle 14 locali, i 13 membri dei due equipaggi si fermano a mangiare qualcosa alla mensa dell’aeroporto; secondo alcune ricostruzioni i 13 italiani vengono scambiati per mercenari belgi a supporto di una fazione della provincia ribelle del Katanga; in effetti i belgi avevano lasciato in Congo alcuni reparti di parà a tutela dei propri interessi.

È così che giungono in aeroporto circa 380 miliziani di una delle fazioni in lotta, uccidono immediatamente un membro degli equipaggi, il tenente medico Francesco Paolo Remotti e rastrellano tutti gli altri. Il comandante dei caschi blu, che aveva un buon rapporto con i locali, cerca di spiegare ai miliziani che gli aviatori non sono né mercenari né belgi bensì neutrali incaricati ONU; sfortunatamente, quando l’eccitazione da odio, esaltata dall’azione di gruppo, tocca il massimo e ciò che separa il carnefice dalla preda è soltanto una piccola pressione sul grilletto la ragione ripiega e il controllo della situazione è ceduto alle armi. I dodici superstiti vengono caricati brutalmente su un camion, rinchiusi in una cella e, dopo il fallimento di ulteriori tentativi di intavolare una trattiva, assassinati nella notte dai miliziani, molto probabilmente sfuggiti al controllo persino dei loro comandanti.
Secondo il giornalista Victor Ciuffa del Corriere della Sera, che conosceva personalmente Remotti e la crisi congolese, l’eccidio non conseguirebbe a errori di persona ma sarebbe stato innescato da una rissa fra gli italiani e militari locali.
La sorte dei dodici italiani verrà conosciuta solo alcune settimane dopo e le salme recuperate e rimpatriate.

Al Maggiore pilota Amedeo Parmeggiani, al Sottotenente pilota Onorio De Luca, al Tenente medico Francesco Paolo Remotti, al Maresciallo motorista Nazzareno Quadrumani, al Sergente maggiore montatore Silvestro Possenti, al Sergente elettromeccanico Martano Marcacci, al Sergente marconista Francesco Paga, al Capitano pilota Giorgio Gonelli, al Sottotenente pilota Giulio Garbati, al Maresciallo motorista Filippo Di Giovanni, al Sergente maggiore montatore Nicola Stigliani, al Sergente maggiore elettromeccanico Armando Fausto Fabi, al Sergente maggiore marconista Antonio Mamone, a 60 anni dall’eccidio, va il ricordo commosso e il ringraziamento della nostra redazione e dell’Italia intera.

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