ACCADDE OGGI 13 NOVEMBRE 1668: NASCE A VITERBO PIETRO FIORETTI, IL FUTURO SAN CRISPINO DA VITERBO

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Un povero che presta assistenza ai poveri; umiltà e povertà sono i tratti distintivi che accompagneranno per tutta la vita il secondo beniamino dei viterbesi dopo Santa Rosa: Crispino da Viterbo. In effetti sono molti i tratti comuni fra i due santi viterbesi, separati per periodo storico ma uniti nella sollecitudine e nella cura per le sofferenze del prossimo.
Pietro Fioretti nasce il 13 novembre di 353 anni fa, probabilmente in contrada Bottalone (in alcune fonti “Bottarone”), da Ubaldo e Marzia Fioretti. La povertà diviene presto la sua compagna di vita: giovanissimo resta orfano e va a bottega dallo zio Francesco ciabattino col quale si era risposata la madre Marzia. Fortunatamente anche lui incontra il suo san Crispino nelle vesti di un frate carmelitano il quale gli procura un posto presso una scuola dei gesuiti, dove potrà studiare. Pietro studia e fa il ciabattino e a 25 anni si sente pronto per una scelta impegnativa: vestire l’abito dei frati minori cappuccini (Ordo fratrum minorum capuccinorum), uno dei tre ordini mendicanti della galassia francescana, presso lo storico convento di Sant’Antonio alla Palanzana (detto anche di Bagnaia), a lungo importante centro di noviziato.
La povertà, da accidente della vita diviene così consapevole scelta e vocazione e come nome sceglie non una delle tante icone dell’agiografia cristiana ma “Crispino”, il patrono dei calzolai, a memoria perpetua delle sue umili origini. Per tutti sarà San Crispino da Viterbo.

L’anno successivo, nel 1694, viene confermato, prende i voti e da Viterbo viene destinato all’importante convento dei Padri Cappuccini della Tolfa, oggi sede del Centro Studi italo-norvegese. Il suo primo incarico conventuale è quello di cuoco.
Le cronache attribuiscono al periodo della Tolfa la sua prima manifestazione taumaturgica: la guarigione di una donna da una grave malattia contagiosa, probabilmente una grave forma virale che aveva causato la morte di molti tolfetani. Come succedeva spesso nel passato Crispino diviene rapidamente famoso e i suoi superiori, per prudenza, nel 1697, ne dispongono il trasferimento a Roma, dove però si ammala; secondo alcune fonti, di tubercolosi. Per questo motivo i superiori lo destinano al più salubre ambiente di Albano. Le fonti sono scarse ma Crispino doveva aver raggiunto già una certa considerazione pubblica perché ad Albano si reca a trovarlo personalmente papa Clemente XI in occasione dei suoi soggiorni a Castel Gandolfo. Dopo essersi ripreso viene mandato a Monterotondo dove rimane per sei anni per essere assegnato, nel 1709, ad Orvieto dove resterà per circa 40 anni quasi ininterrotti.
Nella città umbra intraprende un’intensa attività di assistenza: con la questua e una discreta pratica da ortolano si procura cibo e un po’ di denaro e con questo provvede al mantenimento degli ospiti di un ospizio pochi chilometri fuori Orvieto e ai neonati che venivano abbandonati, come usava allora, presso la porta del convento. La cosa sorprendente è che accompagna questa forma di prossimità sociale e umana con un comportamento sempre garbato, gioioso e persino allegro, insaporito con aneddoti, aforismi, massime, citazioni, battute argute che però non sempre saranno compresi ed accettati. Ai suoi assistiti dona non soltanto cibo e assistenza ma anche sorriso, buon umore e, insieme a questi, accettazione, fiducia e speranza.
Al periodo orvietano sono ricondotte anche diverse guarigioni ritenute miracolose.
Sfortunatamente le sue condizioni di salute peggiorano e compaiono anche alcune manifestazioni dismetaboliche; negli ultimi due anni di vita è costretto a letto. Malgrado questo troverà sempre la forza per recarsi a visitare i suoi ricoverati all’ospizio.
Il 13 maggio 1748 rientra a Roma per curarsi; muore di polmonite il 19 maggio 1750 all’età di 82 anni.
Verrà beatificato nel 1806 da papa Pio VII e proclamato santo da Giovanni Paolo II il 20 giugno 1982.
Dal 1983 riposa nella chiesa di San Paolo ai Cappuccini di Viterbo.

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