ACCADDE OGGI 16 GENNAIO 1969: PER PROTESTA CONTRO L’INVASIONE DELLE TRUPPE DEL PATTO DI VARSAVIA LO STUDENTE JAN PALACH SI DA’ FUOCO A PRAGA

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Maledetta primavera. La “Primavera di Praga” comincia in realtà in inverno, esattamente il 5 gennaio 1968, quando Alexander Dubček è eletto segretario del Partito Comunista di Cecoslovacchia. Dubček dà immediatamente avvio ad un denso programma di democratizzazione del paese con ricadute importanti nell’economia e nella sfera dei diritti del cittadino; nel pacchetto erano incluse libertà inedite per il socialismo reale: quelle di espressione, di stampa e di movimento.
Libertà intollerabili per i dirigenti dell’Unione Sovietica, terrorizzati dall’idea di un possibile contagio a tutti gli altri paesi del Patto di Varsavia.
È così che il PCUS, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica, pianifica e dà attuazione ad una massiccia invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto e otto mesi dopo, a fine agosto 1968, Praga dalla primavera precipita in un cupo inverno di repressione e di silenzio all’ombra dei blindati russi.

Nessuno a Mosca si rende conto che è proprio da quella primavera soffocata che ha inizio la catena degli eventi che si concluderà 21 anni dopo con il crollo dell’Unione Sovietica e la caduta del muro di Berlino.
In questo duro scenario di oppressione le fiamme che divorano il corpo di Jan Palach rimarranno per sempre nella memoria dell’umanità.
Nel 1969 Jan Palach non aveva ancora ventuno anni, studiava filosofia all’università di Praga, era di religione protestante e seguiva con passione i drammatici eventi che avevano piegato e piagato il suo paese.
La storia ricorda il sacrifico di Jan tuttavia la protesta del fuoco non sarà un episodio isolato ma il gesto estremo ideato da un gruppo di patrioti cecoslovacchi diretto a scuotere le coscienze, ispirato al monaco buddista vietnamita Thích Quảng Ðức che, sei anni prima, nel 1963, si era dato fuoco per protesta a Saigon.
Nella prima serata del 16 gennaio di 53 anni fa Jan entra in piazza San Venceslao, si ferma davanti alla scalinata che porta al Museo Nazionale, si vuota addosso la benzina che aveva portato con sé e si dà fuoco con un accendino davanti ai presenti terrorizzati; un tranviere di passaggio lo soccorre spegnendo le fiamme con un cappotto. Poco lontano viene trovata una borsa con i suoi scritti: una drammatica testimonianza di amore per la sua terra violata e una staffilata alle coscienze di tutti.


Morirà in ospedale tre giorni dopo, il 19 gennaio 1969.
Malgrado il rigidissimo cordone di sorveglianza imposto dalle forze d’invasione, al funerale del 25 gennaio partecipano 600 mila persone e in tutta la nazione sono esposte bandiere nere.
I militari non soltanto impediscono la tumulazione nel “cimitero degli eroi” ma, preoccupati per il flusso continuo di pellegrini diretti alla sua tomba e dall’accumulo di fiori e messaggi, fanno togliere e poi cremare la salma. È evidente quanto Jan fosse temuto da morto non meno che da vivo.
Ma, come si è detto, Jan Palach non è solo: il 20 gennaio si dà fuoco l’operaio ventiseienne Josef Hlayaty, il 25 lo studente Jan Zajic e, il 4 aprile, l’operaio trentanovenne Evžen Plocek.
L’8 settembre 1968 si era dato fuoco l’impiegato polacco Ryszard Siwiec per protestare contro la partecipazione delle truppe polacche all’invasione e il 5 novembre l’ucraino Vasyl Makuch.
Una straziante linea di fuoco e carni bruciate la cui ancor oggi dolorosa memoria è mitigata soltanto dalla consapevolezza che il loro sacrificio non è stato inutile.

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