ACCADDE OGGI 18 GENNAIO 1994: IN UN AGGUATO DELLA ‘NDRANGHETA VENGONO UCCISI I CARABINIERI VINCENZO GAROFALO E ANTONINO FAVA; UN OMICIDIO CHE SEGNA UNA SVOLTA NELLE STRATEGIE MAFIOSE

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Perché è importante ricordare l’agguato mortale contro i carabinieri Vincenzo Garofalo e Antonino Fava, consumato il 18 gennaio di 28 anni fa? È importante, oltre che per il doveroso tributo di memoria, onore e gratitudine verso i due eroi caduti per difendere il bene comune e la legalità, perché le indagini che seguiranno metteranno in evidenza importanti cambiamenti fra le strategie mafiose precedenti e successive agli anni ‘90.
Per decenni le mafie avevano seguito rigide strategie territoriali e gli omicidi servivano ad eliminare gli avversari interni ed esterni che ostacolavano il controllo e lo sfruttamento del proprio mandamento. Mafia siciliana, ‘ndrangheta calabrese, camorra campana e sacra corona unita in Puglia, come fanno anche gli animali predatori, nascono e si consolidano praticando una scrupolosa marcatura del territorio; ma questo non impediva l’insorgere ricorrente di sanguinose guerre di mafia per il possesso delle piazze più ricche.
Poiché per far prosperare gli affari, sia puliti che sporchi, serve la pace, si renderà necessario stabilire confini, accordi, alleanze e, soprattutto, provvedere alla loro osservanza; è per questo che verranno costituite “cupole” direzionali rette da “capi dei capi” riconosciuti da tutti i capi-mandamento.
Luciano Liggio, Totò Riina e l’attuale latitante Matteo Messina Denaro sono tutte figure che hanno scalato i ranghi di questo livello superiore.
Le indagini seguite all’assassinio di Garofalo e Fava contribuiranno a fare luce sulle strategie mafiose degli anni ’90 pianificate ed imposte dalla cupola.
La sera del 18 gennaio 1994 gli appuntati Garofalo e Fava sono di pattuglia sull’autostrada A3 Napoli-Salerno-Reggio Calabria e, quando sono all’altezza di Scilla, comune della città metropolitana di Reggio Calabria, secondo il tipico copione dell’agguato mafioso proditorio, vengono affiancati da un’auto con a bordo un commando armato con la micidiale pistola mitragliatrice Beretta M12 caricata con proiettili 9×19 mm parabellum; i due militari non hanno scampo e restano uccisi sul colpo. Le indagini riveleranno che si trattava della medesima arma utilizzata in un precedente agguato contro un’altra autopattuglia dei carabinieri compiuto il 2 dicembre 1993 in frazione Saracinello (Reggio C.); in quella circostanza l’appuntato Silvio Ricciardi e il carabiniere Vincenzo Pasqua scampano miracolosamente alla morte. L’arma verrà utilizzata di nuovo, sempre a Saracinello, in un ulteriore agguato il 18 febbraio successivo; questa volta i carabinieri Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra rimangono gravemente feriti.
Una sequenza che induce a pensare a qualcosa di più che a semplici azioni di tutela di mandamento.
Le indagini portano rapidamente all’identificazione di uno degli autori degli agguati, Giuseppe Calabrò, affiliato alla ‘ndrina Latella, mandataria a Reggio C.
Calabrò parla e rivela i nomi degli altri membri del commando mafioso: Vittorio Quattrone, Maurizio Carella e il minorenne Consolato Villani. Il processo che seguì, concluso nel 1997, condanna all’ergastolo Calabrò ma assolve Quattrone e Carella perché le dichiarazioni di Calabrò non sono ritenute attendibili. Malgrado questo il tribunale dei minori condannerà Villani.
Ma la cosa non finisce lì perché le indagini saranno riaperte anni dopo a seguito delle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza; dalle nuove dichiarazioni e dai riscontri emergono elementi di prova di un salto strategico nei progetti della mafia siciliana che da “cosa nostra” punta a diventare attore globale.
In questo nuovo quadro di lettura emerge chiaramente come gli attacchi contro i carabinieri non siano stati condotti in proprio dalla ‘ndrangheta ma commissionati dalla mafia siciliana di Totò Riina, nell’ambito di un’alleanza strategica diretta frontalmente contro lo stato e i suoi più temuti difensori.
il primo a rivelare i retroscena di questo accordo strategico inter-mafioso all’allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso è proprio Giuseppe Calabrò che in seguito, secondo un copione già collaudato, ritratterà le proprie dichiarazioni; tuttavia l’altro membro del commando, Consolato Villani e il pentito Nino Lo Giudice riferiscono i particolari di una riunione fra rappresentanti di ‘ndrine calabresi, ‘ndrine milanesi e di “cosa nostra” per concordare un “piano stragista” del quale l’assassinio di Garofalo e Fava doveva essere soltanto un capitolo.
In effetti gli anni ’90 saranno segnati da una lunga catena di attentati mafiosi, alcuni mirati contr obiettivi specifici, altri come “segnali” diretti al potere politico nazionale.
Stando alle testimonianze raccolte, più tardi, presso il santuario della Madonna di Polsi (Polsi è frazione di San Luca, comune appartenente all’area metropolitana di Reggio C.), un nuovo vertice stabilirà la cessazione delle attività stragiste.

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