ACCADDE OGGI 19 OTTOBRE 1882: NASCE A REGGIO CALABRIA UMBERTO BOCCIONI, L’ARTISTA CHE HA MESSO SU TELA IL MOVIMENTO

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La famiglia Boccioni è una famiglia in movimento; papà Raffaele, romagnolo e impiegato prefettizio, è obbligato a continui trasferimenti di sede ed è nella tappa calabrese di questa carriera itinerante che, il 19 ottobre di 139 anni fa, nasce Umberto. Nel 1897, quando Umberto ha 15 anni, in occasione della successiva tappa catanese la famiglia si separa: padre e figlio si stabiliscono in Sicilia, la madre e la sorella di Umberto in Veneto. A Catania Umberto studia e prende il diploma tecnico. Mentre studia comincia a collaborare con alcuni giornali locali; nel 1900, a 18 anni, pubblica il romanzo “Pene dell’anima”.

Nel 1901 il padre e Umberto si trasferiscono a Roma dove abitava una zia. A Roma inizia a frequentare uno studio di cartellonistica; sarà questa una svolta importante perché è qui che apprende le basi delle discipline pittoriche. Tuttavia la vera svolta sarà l’incontro con il pittore e critico Gino Severini (1883-1966); insieme a lui frequenta lo studio del pittore, scultore, scenografo e teorico del futurismo Giacomo Balla (1871-1958) di Porta Pinciana.
Nel 1903, all’età di 21 anni, insieme a Severini inizia a praticare la storica “Scuola Libera del Nudo” (oggi incorporata nella celebre “Accademia di belle arti” di Roma); qui conoscono il poliedrico pittore, scultore, illustratore, architetto e teorico della pittura murale sardo-milanese Mario Sironi (1885-1961). Il 1903 è anche l’anno della sua prima opera pittorica: “Campagna Romana” (o “Meriggio”).
Insoddisfatto dello scenario culturale italiano nel 1906 viaggia in Francia e in Germania; a Parigi intraprende una relazione con la moglie di un funzionario russo, Augusta Popoff; dalla relazione nasce il figlio Piotr.
Secondo alcune testimonianze in uno dei ritratti giovanili di Boccioni compare proprio Augusta; si tratta di un primo piano femminile dai grandi occhi penetranti, capelli rossi e labbra serrate emergente da uno sfondo scuro in cui il volto trasfigura in un mix sospeso tra realismo e metafisica della bellezza.
Sul finire del 1907 è a Milano, dove si erano trasferite madre e sorella. In quegli anni Milano era un vero laboratorio culturale, culla del movimento della “scapigliatura”; qui stringe amicizia con il pittore d’avanguardia, proto-astrattista Romolo Romani (1884-1916) e Gaetano Previati (1852-1920), pittore divisionista attivo nella “scapigliatura”. Diviene membro della “Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente” (conosciuta come ”La Permanente”). Contemporaneamente frequenta musei e pinacoteche.
Sempre nel 1907 aderisce al movimento futurista e, insieme a Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Balla e Severini, elabora il celebre “Manifesto dei pittori Futuristi” (1910).
Questi alcuni stralci tratti dal successivo “Manifesto tecnico del movimento futurista” (1912).

“Il gesto per noi, non sarà più un momento fermato del dinamismo universale: sarà, decisamente,
la sensazione dinamica eternata come tale. […] Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido.
[…] La costruzione dei quadri è stupidamente tradizionale. I pittori ci hanno sempre mostrato cose e
persone poste davanti a noi. Noi porremo lo spettatore nel centro del quadro. […] la musicalità della
linea e delle pieghe di un vestito moderno ha per noi una potenza emotiva e simbolica uguale a quella
che il nudo ebbe per gli antichi…”

L’opzione futurista interviene a due livelli: a livello dei soggetti e dei contenuti, attraverso la rappresentazione delle macchine, delle città caotiche e delle forme in movimento e a livello stilistico mediante cromatismi, linee, plasticità e volumi distribuiti in modo da moltiplicare le possibilità dello sguardo ed aprire al divenire non meno che all’essere.
All’inizio degli anni ’10 è attivo nell’ambito della “Società Umanitaria”, un ente filantropico milanese fondato nel 1893 dall’imprenditore Prospero Moisè Loria; qui dipinge il grande quadro “Il Lavoro” (“La città che sale”), oggi esposto al MoMA (Museum of Modern Art) di New York e, insieme a Ugo Nebbia, Carlo Carrà, Alessandrina Ravizza e altri realizza il “Primo Padiglione d’Arte Libera” dove verrà allestita la prima mostra collettiva degli artisti futuristi.
Nel 1912 Boccioni intraprende un intenso studio di ricerca teorica consultando diversi testi filosofici, di critica e di storia dell’arte ricercando un punto di sintesi fra arte antica, arte classica, cubismo e fra il soggetto rappresentato nell’opera d’arte e il vissuto dell’autore. Per Boccioni l’opera d’arte diviene interazione e l’artista non è più il mediatore tra le profondità da cui emergono forme e strutture e l’osservatore ma, con i suoi vissuti e ricordi, diviene parte dell’opera.

Testimonianza di questo lungo lavoro meditativo è il testo “Pittura e scultura futuriste” (1914) e, soprattutto, il dipinto ad olio su una tela 226X150 Cm del 1913 “Materia”. “Materia” è un caleidoscopio di forme e colori rappresentativo della madre Cecilia Forlani (“materia” viene dal latino “mater”) della quale si vedono frontalmente le mani, il volto rielaborato e lo sfondo metropolitano, in flagrante violazione delle leggi della prospettiva per cui il tutto, il dettaglio e i ricordi sono riportati ad un unico presente espressivo.
“Materia” appartiene alla collezione Gianni Mattioli (1903-1977) ma è esposta alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia.
Altre opere degli anni ’10 sono “Rissa in galleria”, “Stati d’animo”, “Gli addii”, “Ritratto di Ferruccio Busoni” (musicista), “Autoritratto” e la scultura “Forme uniche della continuità nello spazio”.
Nel 1916 Boccioni ha una relazione con Vittoria Colonna Caetani, sposata con Leone Caetani, del celebre casato dei “Caetani” (quello di papa Bonifacio VIII) ma la relazione si interrompe bruscamente quando l’artista, a seguito di una caduta da cavallo, muore il 17 agosto 1916, all’età di 33 anni, all’ospedale militare di Verona.

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