ACCADDE OGGI- 20 GIUGNO 1789: IL GIURAMENTO DELLA PALLACORDA

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La storiografia di tradizione occidentale fa uso della cosiddetta “periodizzazione”, ossia la suddivisione della linea del tempo che, a decorrere da circa 2,6-2,5 milioni di anni fa (noi ancora non c’eravamo; c’era invece l’Homo habilis africano) arriva sino ad oggi, in una sequenza di intervalli temporanei caratterizzati da tratti identitari unificanti.

I periodi che tutti abbiamo studiato a scuola sono la “preistoria”, che va dall’Homo habilis all’invenzione della scrittura, fatta dall’Homo sapiens circa 3.500 a.C.; la “storia antica”, che dalla scrittura decorre sino alla caduta dell’Impero Romano d’occidente (476 d.C.); il Medioevo, che da quell’evento giunge sino alla scoperta dell’America (1492); l’Età moderna che, secondo molti storici, arriva sino alla Rivoluzione Francese (1789) e l’Età Contemporanea, che da quel drammatico evento arriva sino a noi.

Anche se non tutti gli storici sono d’accordo, la Rivoluzione Francese stabilisce la decorrenza del contenitore temporale entro cui ci troviamo attualmente.

La Rivoluzione Francese è universalmente considerata il caposaldo storico in cui si compiono due fondamentali e radicali cambiamenti epocali, uno sociale e l’altro politico-istituzionale. Sul piano sociale si compie l’affermazione della cosiddetta “classe borghese” ossia artigiani, commercianti, professionisti, funzionari e l’emergente categoria degli industriali; sul piano politico-istituzionale inizia il contrastato ma inesorabile declino delle monarchie assolute, progressivamente sostituite dagli stati costituzionali, ossia fondati su una legge fondamentale (la Costituzione) che garantisce e regola i rapporti fra i cittadini e le forme di governo.

Il “Giuramento della pallacorda”, sottoscritto a Versailles esattamente 232 anni fa, è un momento cruciale di quella catena di eventi che porterà all’abbattimento della monarchia assoluta francese perché in quell’atto tutt’altro che simbolico si consolida la costituzione identitaria del cosiddetto “terzo stato” come soggetto sociale e politico.

La struttura sociale (non soltanto) della Francia del 18° secolo era fondata sulla rigida suddivisione in tre “stati” ordinati per importanza: nobiltà, clero e tutto il resto della popolazione, riunito entro il “terzo stato” (tiers état); l’unico obbligato a pagare le tasse. Nella seconda metà del Settecento la situazione era degenerata sino all’esasperazione anche a causa dell’enorme debito pubblico accumulato dalla Francia per effetto dei grandi e continui sprechi prodotti da monarchia e nobiltà, essendo il predetto debito destinato ad essere ripianato mediante nuove tasse a carico del 3° stato.

Poco più di un mese prima, il 5 maggio 1789, a Versailles, si erano svolti i celebri “Stati Generali” (espressione ancora oggi utilizzata dai giornalisti quando si vuole alludere a qualche importante riunione dei rappresentanti di un’organizzazione), ossia la riunione in assemblea dei rappresentanti delle componenti sociali francesi: 578 deputati del 3° stato, 291 del clero e 270 della nobiltà. Ma i lavori degli stati generali si arenarono subito su una questione di importanza cruciale: le procedure di voto sulle deliberazioni da adottare dall’assemblea. Se il voto fosse stato nominale, come richiesto dal 3° stato, quest’ultimo avrebbe ottenuto la maggioranza, essendo più numeroso; se fosse stato per blocco, nobiltà e clero, tradizionalmente alleati, avrebbero facilmente prevalso sul 3° stato.

Dopo oltre cinque settimane di stallo, il 17 giugno, i deputati del 3° stato si costituirono autonomamente in “Assemblea Nazionale”; il re Luigi XVI fece chiudere la sala destinata alle riunioni dell’assemblea, ragione per cui i deputati decisero di riunirsi in una vicina sala dove si praticava il gioco della pallacorda (una sorta di antenato del tennis). Sotto la presidenza dell’astronomo Jean Sylvain Bailly i deputati votarono e sottoscrissero il celebre “giuramento”, predisposto dal notaio Jean-Baptiste-Pierre Bevière, con cui si impegnarono a restare uniti e continuare a lavorare sino a quando la Francia non fosse diventata uno stato costituzionale.

Quel giorno l’Occidente entra nell’Età contemporanea.

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