ACCADDE OGGI 22 OTTOBRE 1965 E 1984: NASCONO VALERIA GOLINO E LUCA MARINELLI, CONTINUATORI E INNOVATORI DELLA GRANDE SCUOLA DEL CINEMA ITALIANO

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I lettori che seguono questa rubrica troveranno probabilmente curiosa un’inedita puntata dedicata ex aequo a due distinti personaggi del cinema italiano; ma le biografie giocano talvolta scherzi di questo genere a chi è impegnato ad estrapolare dalla cronologia storica le sue singolarità meglio riuscite.
Sfogliando l’album delle memorie affioranti viene naturale porsi la cruciale domanda: il cinema italiano contemporaneo gode di buona salute? La domanda è ovviamente mal posta in quanto generica e richiederebbe un’analisi articolata e circospetta ma quello che probabilmente pesa di più è il “pre-giudizio” psicologico derivante dall’inevitabile confronto con la grande scuola del cinema italiano del Novecento, passata attraverso neorealismo, commedia all’italiana, film d’autore e icone planetarie come Fellini, De Sica, Monicelli, Antonioni, Visconti, Argento, Pasolini, Leone, i Taviani, Scola, Bertolucci, Magnani, Loren, Lisi, Vitti, Cardinale, Sandrelli, Sordi, Manfredi, Gassman, Tognazzi, Volonté, Mastroianni, Giannini, Proietti, Morricone, Rota, Piovani, Ortolani e centinaia di bravissimi caratteristi, aiuto registi, soggettisti, sceneggiatori, montatori, doppiatori, produttori, costumisti, artigiani, critici, Cinecittà, Festival di Venezia, Leoni d’oro, David di Donatello, Nastri d’argento, accademie e scuole di formazione con un etc. etc. lungo come l’infinito. Insomma quanto fa di una fenomenologia culturale una “scuola”, come al tempo della Grecia classica.
Dinanzi a tanto passato il giudizio sul cinema italiano contemporaneo potrà mai essere obiettivo? Non sarà come pretendere di giudicare Insigne e Immobile pensando a Riva e Boninsegna?
La risposta è difficile perché difficile è per i contemporanei comprendere la contemporaneità, esattamente come i cine-spettatori di 50-60 anni fa non percepivano di essere destinatari di uno dei migliori prodotti planetari di sempre ed è per questo che solitamente i giudizi storici si rimettono ai posteri.
Ma se restringiamo lo zoom contemporaneo intorno a Bellocchio, Placido (entrambi contemporanei ma provenienti da quella scuola), Tornatore, Sorrentino, Muccino, Garrone, Amelio, Avati, Salvatores, Fantastichini, Germano, Castellitto, Abatantuono, Bisio, Favino, Bova, Scamarcio, Accorsi, Ferilli, Brilli, Cucinotta, Bellucci, Gerini etc. etc. non riscontriamo un deja vu di superlativa fattura?
In questo gioco delle ricorrenze storiche Valeria Golino (Napoli, 22 ottobre 1965) e Luca Marinelli (Roma, 22 ottobre 1984) calzano a pennello rilasciando gli aromi della continuità e persino della novità.
Valeria Golino, con un “cursus honorum” ricco di tre David di Donatello (e 15 candidature), 4 Nastri d’argento, 3 Globi d’oro, tre Ciak d’oro, una Coppa Volpi e un Premio Pasinetti è una delle maggiori supernovae del cinema contemporaneo, dotata di strategie espressive in grado di scolpire i personaggi con il senso del dettaglio di Bernini, l’aggressività di Caravaggio e la voce di Janis Joplin. Marinelli, un David di Donatello conferito sotto la fuorviante motivazione di “miglior attore non protagonista” per il film incubo metropolitano in salsa romanesca “Lo chiamavano Jeeg Robot” e una Coppa Volpi, passa con naturalezza da Fabrizio De André al criminale psicopatico della versione romanesca di “Arancia Meccanica” di Kubrik: il citato visionario “Lo chiamavano Jeeg Robot” dove brillano di luce propria il gigante buono per caso Claudio Santamaria e la disadattata perfetta Ilenia Pastorelli.
Se questi sono i sintomi il malato gode di ottima salute; ragione per la quale vale la pena tornare a frequentare le sale.

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