ACCADDE OGGI 23 GENNAIO 1783: NASCE A GRENOBLE MARIE-HENRI BEYLE CONOSCIUTO COME “STENDHAL”

248

Il modo probabilmente più diretto per orientarci nella geografia esistenziale e narrativa di Stendhal è partire da quella particolare alterazione psicosomatica cui il romanziere francese ha concesso il proprio nome: la celebre “sindrome di Stendhal”. Questo il suo racconto:

“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date
dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce (Firenze; ndr), ebbi
un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.”

Da allora il termine “sindrome di Stendhal” è impiegato per alludere allo stress emozionale, seguito da alterazioni simpatico-vegetative e perdita dei rapporti con la realtà, innescato dall’interazione profonda con l’opera d’arte.
Marie-Henri Beyle nasce il 23 gennaio di 239 anni fa a Grenoble, nel sud-est della Francia, in una difficile non-famiglia: padre vedovo precoce troppo scaltro e troppo occupato negli affari e affidamento ad una zia oltremodo acida (“un diavolo in gonnella”); si racconta che alla morte di questa, in segno di ringraziamento, da ateo si sia momentaneamente convertito a Dio. Pochi dei suoi precettori giovanili sfuggiranno alle sue caustiche rimembranze adulte.
Tuttavia qualcosa seduce ed appassiona il giovane Stendhal: gli eventi scatenati dalla Rivoluzione Francese del 1789.
Nel 1796 si iscrive alla scuola secondaria di Grenoble (oggi “Liceo Stendhal”), diventata pubblica proprio grazie ai rivoluzionari; studia con passione e stringe amicizie che lo accompagneranno per tutta la vita.
Ama la matematica ma divora i testi di Cervantes, Ariosto, Rousseau e Shakespeare.
In quegli anni intrattiene un distanziato amore platonico per l’attrice Virginie Kubly.
Tra il 1799 e il 1800 si trasferisce a Parigi da un parente con l’intenzione pubblica di studiare e quella privata di fare il “seduttore”; ma finisce a fare l’impiegatuccio.
Finalmente il destino fa incrociare due delle sue innumerevoli passioni giovanili: viaggiare e l’Italia, culla dell’arte classica; si arruola soldato nella campagna napoleonica d’Italia: “vivere in Italia e ascoltare musica […] divenne la base di tutti i miei ragionamenti”.
A 17 anni è a Milano dove le combina di tutti colori: fa duelli, si innamora non ricambiato della bellissima Angela Pietragrua e contrae una malattia venerea in una casa di piacere.
Malgrado tante controversie nel 1800 è sottotenente di cavalleria e partecipa ad alcuni scontri vittoriosi contro gli austriaci che occupavano il lombardo-veneto.
Nel 1802, a 19 anni, torna in Francia dove vagabonda in cerca di amori e qualcosa che assomigli a un punto fermo: si troverà invece a ripugnare Napoleone quando, da rivoluzionario, muta in imperatore e despota; fortunatamente trova conforto nella letteratura e nel teatro.
Intorno al 1803 comincia a scrivere ma con scarse soddisfazioni; nel frattempo ingrassava e perdeva capelli e questo non manca di ferire la sua vanità. Prende anche lezioni di recitazione, conosce l’attrice Mélanie Guilbert con cui avrà una relazione che durerà sino al 1806.
Sul finire di quell’anno partecipa alla vittoriosa guerra contro la Germania ottenendo anche qualche vantaggio personale; nel 1809 si ripete nella campagna d’Austria.
La partecipazione alle due campagne gli permettono di ottenere un buon impiego nella burocrazia statale francese ma non sufficiente a coprire le spese della sua vita agiata; nel 1815 si ritroverà ad aver accumulato un debito per 36 mila franchi. Nel frattempo intrattiene una relazione sentimentale poco impegnativa con la cantante Angéline Bereyter.
Il 7 settembre 1811 il sempre più irrequieto ventottenne Stendhal torna in Italia per compiere il suo “grand tour”, il viaggio di formazione che tutti gli intellettuali europei compivano sulle tracce della cultura classica: visita Milano e la Scala, Firenze, Roma, Pompei, Napoli e Ancona; conosce Canova e incontra nuovamente la mai dimenticata Angela Pietragrua. Ammira le opere d’arte e legge con avidità i saggi sugli artisti, a cominciare dalle celebri “Vite” di Giorgio Vasari.
Nel novembre 1811 rientra a Parigi e nel 1812 si unisce alle truppe d’invasione della Russia assistedo da vicino al collasso della “Grande Armée”, impantanata nelle gelide steppe russe.
Fortunatamente riesce a scampare al disastro e nel 1813 è salvo a Parigi. Ha 30 anni e il suo atteggiamento nei confronti dell’esercito e della vita è cambiato radicalmente.
Dopo la caduta di Napoleone e la restaurazione della monarchia, nel 1814 decide di tornare a Milano.
In Italia riprende il vecchio sogno di scrivere e frequenta i maggiori intellettuali italiani, tra i quali Silvio Pellico.
Scrive una “Vita di Napoleone” che però sarà pubblicata soltanto vent’anni dopo.
Nel ’21 rientra in Francia dove diviene frequentatore di bordelli ma riesce finalmente a pubblicare “De l’amour”, una sorta di saggio poetico sull’amore al tempo del Romanticismo; il libro riscontra poche vendite ma piace alla critica e questo gli apre le porte dei salotti intellettuali francesi.
Dopo un nuovo complicato flusso di amori, viaggi e frequentazioni salottiere, nel 1830 vende per 1.500 franchi le bozze de “Il Rosso e il Nero” all’editore Levavasseur; il guadagno è magro ma l’opera ottiene un largo successo in tutta la Francia.
Il successo gli procura anche incarichi diplomatici in Italia per conto del governo francese tra il ’31 e il ’36; ma il nuovo soggiorno italiano sarà alquanto complicato perché le idee politiche repubblicane del nuovo “console” non sono gradite ai reazionari regnanti austriaco e pontificio. Per questo viene spedito a Civitavecchia.
Nel ’36 pubblica “Mémoires sur Napoléon”; l’anno successivo il romanzo “Le Rose et le Vert” e, nel ’38, “La duchesse de Palliano”.
Nel novembre del ’38, quando ha 55 anni, prende un alloggio a Parigi con un copista e detta il suo massimo capolavoro: “La Certosa di Parma” che occuperà sei quaderni manoscritti e sarà pubblicato nel ’39 dall’editore Dupont.
Lo scrittore Honoré de Balzac (1799-1850) qualificherà la “La Chartreuse” come “il più bel libro uscito da cinquant’anni a questa parte”.
Sfortunatamente i suoi impegni diplomatici in Italia lo richiamarono a Roma e a Civitavecchia; il 15 marzo 1841 accusa un serio ictus cerebrale dal quale si riprende a fatica. Rientrato in Francia muore d’infarto, non ancora sessantenne, il 23 marzo 1842, in un albergo di Parigi.
Uno dei più grandi romanzieri di tutti i tempi ha fatto della propria vita un romanzo.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui