ACCADDE OGGI 25 GENNAIO 1939: NASCE A MILANO GIORGIO GABER; IL FUTURO SIGNOR G

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Guarda un po’ cosa mette in scena il destino! La poliomielite lo colpisce a nove anni al braccio sinistro ed il padre, per aiutarlo a recuperare l’arto, gli regala una chitarra facendo del futuro di Giorgio Gaberščik la più riuscita macchina scenica del secondo ‘900 italiano.
La Milano degli anni ’50 è l’incubatrice perfetta per uno destinato a diventare il Signor G e gli concede l’ascolto dei chitarristi jazz americani e dell’ottimo Franco Cerri (1926-2021) che allora si esibiva nei locali del capoluogo lombardo.
In quegli anni Giorgio ancora non sapeva nulla del futuro, portava il cognome Gaberščik, pensava solo a studiare e trattava la chitarra come un divertente passatempo.
Ma la Milano degli anni ’50 non perdona e lo mette in orbita di collisione con Arrigo “Ghigo” Agosti, allora il maggior importatore del rock and roll e rhythm’n’blues americani e nel ’54, a 15 anni, entra nella sua band “Ghigo e gli arrabbiati”. Due anni in giro per i locali e nel ’56 dirotta verso i “Rock Boys”, il gruppo dell’emergente Adriano Celentano; al pianoforte c’è un’altra stella destinata a brillare forte e a lungo nei cieli del cabaret espanso dei decenni successivi: Enzo Jannacci.
Nel ’58 si diploma e va in tournée estiva a Genova con un altro soggetto che farà parlare molto di sé: Luigi Tenco. In questa esperienza affina anche le sue qualità vocali; al rientro a Milano si iscrive all’Università e si mantiene agli studi cantando e suonando nei locali.
Mentre l’ignaro Giorgio Gaberščik prosegue lungo la sua traiettoria universitaria un’altra galassia dell’universo milanese prende il volo: dalla storica casa editrice musicale “Ricordi”, fondata nel 1808, si stacca la “Dischi Ricordi”, una delle più importanti case discografiche di quegli anni.
Non ci vorrà molto al direttore artistico Nanni Ricordi per notare il talentuoso Giorgio e così gli procura un provino. Il provino va bene, il cognome viene cambiato in Gaber e il più è fatto; in poco tempo incide due dischi con quattro pezzi: due di sua composizione e due cover americane.

“Ciao ti dirò”, scritta in collaborazione con Giorgio Calabrese e Gianni Reverberi è una delle prime canzoni rock in italiano. Nell’incisione suonano anche i jazzisti Franco Cerri e Gianni Basso.
Il disco gli vale un’apparizione in RAI, nel ‘59, al celeberrimo “Musichiere” di Mario Riva, campione di ascolti di allora.
Da quel momento la carriera di Giorgio Gaber è una catena di successi e questi successi gli permetteranno di conciliare la presenza nelle maggiori ammiraglie nazional popolari RAI di allora, Canzonissima, Studio Uno e svariati San Remo con la coltivazione di un profilo espressivo personale ed incisivo con cui narra piccole storie marginali di un’umanità minore, perennemente in bilico nell’Italia innocente di allora e perennemente ultima nella corsa verso il mitologico boom economico anni ‘60.

I protagonisti di quel periodo sono il “Cerutti Gino” del quartiere Giambellino, “…quel locale abbastanza per male che chiamano trani a gogò” (“trani”, nello slang milanese è il nome dato alle bettole di periferia), “Com’è bella la città”, “Il Riccardo” (che da solo gioca a biliardo), “Barbera e champagne” e molte altre piccole storie di quotidiana irrilevanza.
Ricordando quel periodo di formazione dirà: “Il mio maestro è stato Jacque Brel”, il grande cantante-poeta belga-francese, ispiratore di molte generazioni di giovani musicisti di tutto il mondo, inclusi Gino Paoli, Luigi Tenco, Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Enzo Jannacci etc.
Nel ’65 sposa Ombretta Colli (1943); dal matrimonio nasce Dalia Gaberščik, oggi vicepresidente della “Fondazione Gaber”.
Alla fine degli anni ’60 abbandona la televisione e, in collaborazione col pittore, scrittore e paroliere
Sandro Luporini (1930) mette in scena un nuovo format: il “teatro-canzone”, un ibrido che unifica le sue due antiche vocazioni: cantare recitando e viceversa, nel tentativo di mettere in scena i suoi personaggi e le sue storie senza la mediazione di telecamere e vinili.
In effetti Giorgio Gaber non era nuovo al teatro avendo già recitato nel ’59 con la fidanzata cantautrice, cabarettista e attrice Maria Monti (1935) e collaborato con Dario Fo.
Rinuncia a lauti guadagni ma ricava spazi di libertà espressiva altrettanto lauti.
Con il “teatro-canzone” effettuerà praticamente tutte le stagioni degli anni ’70, ’80 e ’90, punteggiate da concerti e collaborazioni, tra le quali quelle con Franco Battiato e di cui si ricordano gli spettacoli “Il Signor G” e “Un’idiozia conquistata a fatica”, in coppia con Luporini.
Nel 1980 incide la canzone-sfogo “Io se fossi Dio”, un vinile di 12 pollici inciso su un solo lato; oggi pezzo per collezionisti.
I titoli delle sue ultime canzoni testimoniano il pensiero del Gaber maturo: “La mia generazione ha perso”, “Io non mi sento italiano”.
Alla fine degli anni ’90 Giorgio Gaber è costretto ad un lungo ricovero per problemi di salute; muore non ancora 64-enne il 1° gennaio 2003 nella sua casa di Montemagno di Camaiore (Lu) per le conseguenze di un cancro ai polmoni

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