ACCADDE OGGI 27 GENNAIO 1900: IN CINA INIZIA LA REAZIONE OCCIDENTALE ALLA “RIVOLTA DEI BOXER”

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La Cina dell’Ottocento vive in un quadro storico non molto diverso da quello dell’Africa: sottoposta alla colonizzazione di inglesi, russi, francesi e tedeschi i quali, dopo averla occupata, si dividono il territorio del gigante asiatico in distinte zone d’influenza. Dal 1894 si aggiunge anche l’invasione giapponese.
Due importanti eventi spiccano in questo lungo secolo di dominazione straniera: la “guerra dell’oppio” e la “rivolta dei Taiping”.
La “guerra dell’oppio” si articola in due conflitti (1839-1842 e 1856-1860) combattuti tra quel che restava dell’antico impero cinese e la Gran Bretagna. In quel periodo la “Compagnia britannica delle Indie” gestiva il ricco traffico di oppio che veniva prodotto nell’India britannica e venduto in Cina e, quando per due volte le autorità cinesi si oppongono all’importazione la Gran Bretagna, manu militari, impone il mantenimento dello smercio della droga in Cina.
La rivolta dei Taiping è una sanguinosa guerra civile, scoppiata tra il 1851 e il 1864 fra la decadente e corrotta dinastia imperiale Manciù-Qing e un movimento rivoluzionario a sfondo religioso fondato da Hong Xiuquan (1814-1864); la rivolta verrà soffocata dall’esercito imperiale con il supporto degli inglesi.
A completare il quadro in cui, qualche decennio dopo, maturerà la celebre “rivolta dei boxer”, è la pretesa, da parte degli occidentali della concessione ai rappresentanti delle chiese cristiane dei medesimi onori, trattamenti e obbedienza riservati alle autorità cinesi locali.
Questo il commento del giornalista e scrittore britannico Robert Peter Fleming (1907-1971):

“L’effetto di questo provvedimento sull’opinione pubblica cinese può
essere valutato approssimativamente immaginando quale sarebbe stata
la reazione britannica se nel XIX secolo fosse stato annunciato […] che
gli stregoni […] dovevano essere considerati pari ai governatori…”

Il risultato di questa sequela di imposizioni è la diffusione, nella Cina al passaggio fra i secoli ‘800 e ‘900, di un forte sentimento anti-occidentale e focolai di rivolta cominciano a divampare in molte parti della nazione.
Inizialmente la reazione antioccidentale si limita a isolati atti vandalici contro aziende, automobili, infrastrutture e oggetti-simbolo, come le icone cristiane e gli strumenti musicali.
Ma dal 1899 la rivolta diviene sempre più generalizzata e coinvolge varie organizzazioni della società civile, riunite sotto la denominazione “Yihetuan” che significa “gruppi di autodifesa dei villaggi della giustizia e della concordia”.
La ribellione verrà in seguito chiamata dagli occidentali “rivolta dei boxer” perché, fra i vari gruppi che avevano aderito, figuravano anche diverse scuole di “kung fu”, dove si tramandavano le antiche arti marziali cinesi, che gli occidentali qualificavano sommariamente come “scuole di pugilato”; inoltre nella denominazione compariva la parola «pugno» (quan). È a partire da questi elementi che tra gli occidentali si diffonde e varrà per sempre il termine inglese “boxer” (pugilatore).
La rivolta, partita nel nord della Cina, dilaga presto in tutto il resto del paese facendo molte vittime tra gli stranieri; circa 18 mila quelle cattoliche.
Le potenze coloniali ovviamente intraprendono contromisure e il 27 gennaio di 122 anni fa è la data convenzionale in cui ha inizio la reazione occidentale che si articola lungo due direttrici: pressioni politiche sulle autorità cinesi locali per far bandire e reprimere la rivolta e far affluire in territorio cinese navi da guerra e truppe.
Il 1° giugno 1900 viene costituita una spedizione militare multinazionale denominata “alleanza delle otto nazioni” (tra cui anche l’Italia) e comincia così la caccia ai boxer; l’11 giugno viene arrestato e subito giustiziato un ragazzo che indossava un abbigliamento sospetto. Come risposta i boxer attaccano Pechino e bruciano tutte le chiese che incontrano; le truppe occidentali sparano e diverse saranno le vittime. Il risultato è l’innalzamento a livelli mai visti del risentimento popolare contro gli occidentali.
Tutto questo spinge le fino ad allora caute e barcamenanti autorità imperiali cinesi ad appoggiare la rivolta e il 21 giugno l’imperatrice Cixi dichiara guerra a tutti gli stati invasori e le principali sedi coloniali vengono attaccate.
Il plenipotenziario tedesco, barone Klemens Freiherr von Ketteler rimane ucciso negli scontri e in risposta il kaiser Guglielmo II ordina di radere al suolo Pechino.
Il 13 agosto il corpo di spedizione internazionale mette sotto assedio Pechino e dopo un lungo bombardamento con l’artiglieria espugna la città; ma saranno gli attaccanti a riscontrare il maggior numero di perdite ed è probabilmente questo uno dei motivi alla base dei massacri e dei saccheggi che seguiteranno per mesi dopo la presa di Pechino.
Questo il resoconto dei cronisti Marianne Bastide, Marie-Claire Bergère e Jean Chesneaux:

«Ha allora inizio una carneficina e un saccheggio sistematici che superano di gran lunga
tutti gli eccessi compiuti dai boxer. A Pechino migliaia di uomini vengono massacrati in
un’orgia selvaggia: le donne e intere famiglie si suicidano per non sopravvivere al disonore…”

Nel 1901 le otto nazioni vincitrici impongono all’imperatrice Cixi la firma dell’umiliante “protocollo dei boxer” comprendente anche un maxi-risarcimento per danni di guerra pari a 67,5 milioni di sterline dell’epoca, da pagare in 39 anni. Agli italiani, come quota-parte del bottino di guerra, andranno 26.000 dollari di allora.

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