ACCADDE OGGI 3 NOVEMBRE 1534: IL PARLAMENTO D’INGHILTERRA EMANA “L’ACT OF SUPREMACY”

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Il “Parlamento d’Inghilterra” è una delle più antiche istituzioni democratiche del mondo, risalente al Medioevo (il primo documento ufficiale che riporta questa denominazione è dell’anno 1230) e la sua prima funzione è di conferire rappresentanza alla società civile controbilanciando in tal modo i poteri assoluti del re d’Inghilterra.

I rapporti tra le due principali istituzioni civili britanniche, la monarchia e il parlamento, saranno spesso difficili e controversi con esiti talvolta drammatici, come la guerra civile del 1640 fra “realisti” e “parlamentaristi”, culminata nell’esecuzione di re Carlo I Stuart nel 1649.
Nel 1509 sedeva sul trono d’Inghilterra il 18-enne Enrico VIII (1491-1547), del casato dei Tudor, passato alla storia per le sue celebri “sei mogli” (e numerose amanti). Per comprendere bene le ragioni di tanto arem e dello scisma anglicano occorre richiamare una caratteristica alquanto critica delle monarchie di allora: la precarietà. Le monarchie erano precarie perché in molti erano gli aspiranti al trono e congiure, sommosse e guerre da parte di eserciti invasori erano eventi tutt’altro che rari. Uno dei modi per mantenere stabile il trono era il “matrimonio politico” attraverso il quale i monarchi allacciavano alleanze fra le varie case regnanti europee e i figli e le figlie dei re erano la merce di scambio di questa rete di alleanze.

Come si intuisce facilmente la mancanza di eredi, specialmente maschi, costituiva un grave vulnus per il monarca ed uno dei maggiori motivi di instabilità; un re senza erede era considerato un re azzoppato; una mancanza gravissima della quale solitamente veniva accusata la regina in carica.
Enrico VIII passerà attraverso entrambe tali sgradevoli situazioni.

Enrico VIII non era l’erede diretto del re allora in carica Enrico VII Tudor; il titolo di “Principe di Galles”, ossia erede designato al trono, spettava al fratello maggiore Arturo. Secondo la consuetudine del tempo Enrico VII combina per il proprio erede diretto Arturo un matrimonio politico importante, in questo caso con Caterina, figlia di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, stabilendo in tal modo un’alleanza di spicco sull’intero scenario europeo. Nel 1501 ha così luogo il matrimonio tra il 15-enne Arturo Tudor e la 16-enne Caterina d’Aragona ma poco tempo dopo Arturo muore e l’11-enne cadetto Enrico si trova ad ereditare non soltanto il principato di Galles ma anche la giovane vedova Caterina.

Per sua grande sfortuna la neo-sposa Caterina non regalerà all’augusto marito l’attesissimo erede maschio: il primo figlio nasce morto nel 1510 e il secondo muore dopo soli 2 mesi. Sei anni dopo nasce la terza figlia Maria, destinata a diventare la futura “Maria la sanguinaria”; questo riaccende le speranze di Enrico per un erede maschio che però non arriverà mai.

Con l’approssimarsi della menopausa di Caterina Enrico si sente sempre più preoccupato e matura così l’idea di divorziare dalla consorte ereditata dal fratello e prendere una nuova, più giovane e più promettente moglie. Cosa questa che ovviamente risulterà sgradita ai monarchi spagnoli che rischiano in tal modo di perdere ogni diritto sull’Inghilterra. Non soltanto: la monarchia spagnola era in strettissimi rapporti col papa di Roma e questo rendeva ancora più intricato il quadro politico-matrimoniale, soprattutto per il fatto che spettava ai rappresentanti della chiesa il potere di sciogliere i matrimoni e papa Clemente VII non era certo intenzionato a fare un dispetto ai fedeli monarchi di Spagna.
In realtà Enrico VIII aveva diversi figli illegittimi avuti dalle sue svariate amanti ma non giudicò opportuno riconoscerli; incomincia allora una delicata trattativa con la chiesa di Roma tendente a ottenere l’annullamento del suo matrimonio con Caterina. Scavalcando il potente cardinale di corte Thomas Wosley invia a Roma il suo segretario personale William Knight per negoziare l’annullamento del suo matrimonio adducendo gravi irregolarità nella transazione che aveva convertito la moglie del fratello Arturo, Caterina d’Aragona, in moglie propria e la contemporanea autorizzazione a sposare Anna Bolena, la nobildonna che aveva cominciato a frequentare e di cui si era invaghito. In un primo momento papa Clemente VII si destreggia fra i vari interessi in campo ma sotto le pressioni spagnole rifiuta sia lo scioglimento che l’autorizzazione al nuovo matrimonio.

Enrico VIII reagisce malissimo al diniego papale e fa approvare dal parlamento, il 3 novembre di 487 anni fa, “l’act of supremacy”, di fatto l’unificazione del potere politico e di quello religioso nelle mani del re e il conseguente scisma della chiesa d’Inghilterra da quella di Roma. Il primo atto di questo strappo unilaterale sarà la nomina dell’Arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer, a massima autorità spirituale della nuova confessione religiosa; in sostanza il primo papa inglese. La nuova religione sarà chiamata “chiesa anglicana”.
Il secondo atto sarà di farsi annullare dalla neonata autorità religiosa inglese il matrimonio con Caterina d’Aragona e autorizzare a prendere in moglie Anna Bolena. Caterina perde così il titolo di regina, viene allontanata dalla corte e relegata nel castello di Kimbolton, nel centro-sud orientale dell’isola britannica, dove morirà nel 1536.
Ma Anna Bolena avrà una sorte peggiore: tradita con la nuova fiamma di Enrico VIII, la dama di corte Jane Seymour, che diventerà la sua terza moglie, viene internata nella famosa “torre di Londra” dove sarà decapitata il 19 maggio 1536.

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