ACCADDE OGGI 30 APRILE 1989: MUORE SERGIO LEONE, IL REGISTA CHE HA FATTO DELLO SPAGHETTI – WESTERN UN’OPERA CULT

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Sergio Leone (Roma; 3-1-1929) non nasce in una famiglia, nasce in un destino: il padre, Vincenzo Leone (in arte Roberto Roberti) era attore e regista di cinema muto, la madre Edvige Valcarenghi (in arte Bice Waleran) era anch’essa attrice. Qualche anno dopo il destino manomette ancora la biografia di Sergio: i genitori, che detestavano il regime fascista e le sue scuole, iscrivono il piccolo Sergio elle scuole elementari dei “Lasalliani”, una congregazione laicale riconosciuta dalla chiesa cattolica; la medesima scuola frequentata dal futuro compositore e stretto collaboratore Ennio Morricone.
Dissuaso dalla madre dall’unirsi alla resistenza, il 14-enne Sergio Leone dirotta nel cinema tutta la sua energia adolescenziale; con qualche risultato: a 18 anni è assistente non retribuito e comparsa nel celebre “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica.
In quegli anni imperversava il genere “Peplum”, basato sulle imprese eroiche degli antichi greci e romani; un genere che sarà non soltanto la sua gavetta in quanto la mitologia dell’eroe risulterà tema ricorrente nelle opere della maturità, interpretata da uomini duri e puri come Clint Eastwood e Charles Bronson.
Ma Leone guarda anche a quello che succede altrove; guarda al cinema americano, del quale ammira John Ford e Charlie Chaplin, guarda al regista giapponese Akira Kurosawa e all’italiano Federico Fellini.
Le sue prime esperienze, negli anni ’50, sono da assistente di regia per maestri come Alessandro Blasetti, Mario Camerini e da “direttore di seconda unità” in produzioni americane girate in parte a Cinecittà, i cui studi erano molto apprezzati dai produttori USA, anche per il non trascurabile dettaglio di essere meno costosi rispetto agli studios hollywoodiani.
A Cinecittà dirige le parti italiane di “Quo vadis” e di “Ben-Hur”; la celebre e difficile scena della corsa delle quadrighe è una sua direzione.
Il passaggio alla regia è breve: nel 1959 dirige “Gli ultimi giorni di Pompei”, del quale aveva collaborato anche alla sceneggiatura; ma, per ragioni contrattuali, il suo nome non compare nei titoli del film.
Gli anni ’60 cominciano bene: sposa Carla Ranalli, ballerina del Teatro dell’Opera di Roma e firma la regia de “il Colosso di Rodi”; un grande successo ma anche l’ultimo del genere “peplum”.
È in quegli anni che concepisce l’idea del “western-spaghetti”: una sfida coraggiosa quanto rischiosa, essendo un genere da sempre considerato un’esclusiva americana. È così che inizia la celebre “trilogia del dollaro”, con “Per un pugno di dollari” (1964), “Per qualche dollaro in più” (1965) e “Il buono, il brutto e il cattivo” (1966), tutti unificati dalla presenza della coppia Clint Eastwood (fino ad allora un modesto attore televisivo) e Ennio Morricone. Sarà un successo strepitoso che attira anche ingenti capitali americani.
Alla trilogia del dollaro segue la seconda trilogia: la “trilogia della 2^ frontiera americana”, che comprende “C’era una volta il West”, “Giù la testa” e “C’era una volta in America”.
La regia di Sergio Leone gode anche di un profilo letterario essendo qualificabile per un’impronta omerica; in “C’era una volta il West” le livide esalazioni sonore dell’armonica a bocca del compositore Ennio Morricone caratterizzano il mai nominato personaggio di Charles Bronson (“Armonica”) come un eroe omerico, nell’unico spazio-tempo della modernità che poteva dichiarare una propria mitologia: il far west.
C’è un ulteriore lato di Sergio Leone che merita di essere apprezzato: quello di incubatore di giovani talenti emergenti: è maestro di registi come Dario Argento, Bernardo Bertolucci e dell’attore-regista Carlo Verdone, cui lo legava anche l’amicizia per il padre, Mario Verdone.
Sergio Leone aveva molti altri progetti, anche nel settore della produzione; progetti purtroppo incompiuti: il 30 aprile di 33 anni fa, all’età di 60 anni, muore a Roma per arresto cardiaco.

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