ACCADDE OGGI 30 DICEMBRE 1946: NASCE A CHICAGO PATTI SMITH, LA SACERDOTESSA DEL ROCK

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Nelle rubriche dedicate ai temi musicali vengono sovente impiegate in modo indifferenziato le parole “rock” e “pop” ma tra i due termini c’è una certa differenza. “Rock” è semplicemente l’abbreviazione di “rock and roll”, la musica leggera diffusasi prima negli USA, poi nel resto dell’occidente, a partire dagli anni 50-60 del secolo scorso, in particolare fra le giovani generazioni per i ritmi accelerati, i motivi orecchiabili e le sonorità dirompenti prodotte dalle chitarre elettriche; un mix che sa di gioventù e parla di gioventù. Un critico musicale ha definito il R&R come la “sostanza” che permea lo spazio compreso fra il corpo e la città. In effetti il rock stimola e richiede il movimento del corpo ed è un fenomeno profondamente, forse radicalmente, urbano.
“Pop” è invece l’abbreviazione del termine inglese “popular”, ha un’origine nobile e consiste sostanzialmente in una sfida: la possibilità di fare arte con i prodotti della cultura popolare; quanto cioè è passato alla storia come “pop art”. I pittori della pop art dipingono la coca cola, Marilyn, Mao, il frigorifero e persino i fumetti; tra i maggiori esponenti della nuova arte spiccano Andy Warhol, Robert Rauschemberg e Roy Lichtenstein; in Italia Michelangelo Pistoletto, Mario Schifano, Enrico Baj e altri e le loro opere si trovano oggi esposte nei maggiori musei del mondo.

Per una coincidenza storica succede che R&R e pop art cadano più o meno contemporanei e molti giovani musicisti americani si chiedono se non sia possibile sperimentare nuove sonorità creative con la musica popolare in voga in quel momento: proprio il rock and roll. Molti praticheranno la medesima opzione con la musica country, il folk e il blues.
Ma questa inedita combinazione non sarebbe stata nemmeno immaginabile senza il concorso di un terzo fondamentale fattore: gli USA di quegli anni erano un vero laboratorio culturale dove si sperimentava di tutto: nel cinema, come nel celebre “Actors studio”, nella letteratura e nella poesia “beat”, nel jazz e persino nella musica colta, con le incredibili performance del compositore e strumentista John Cage.

Lo spazio-tempo perfetto per le contaminazioni inedite.
Patricia Lee Smith nasce il 30 dicembre di 75 anni fa da una modesta famiglia di Chicago e nemmeno 18-enne lascia famiglia, scuola e città per andare a vivere a New York; qui si unisce con un allora sconosciuto studente: Robert Mapplethorpe che anni dopo diventerà uno dei più importanti fotografi USA. Ma Patti non è fatta per la vita sedentaria e si trasferisce a Parigi; dopo un breve soggiorno torna a New York dove comincia a scrivere versi ricevendo l’incoraggiamento dei suoi amici. Nel 1971 incontra il chitarrista Lenny Kaye che sarà il suo primo punto di contatto con la musica rock: lei scrive, interpreta e recita testi e lui compone le musiche di sottofondo. In breve tempo molti vanno ad ascoltare la coppia e testo, voce e musica si fanno sempre più elaborati fondendosi in modo sempre più intimo andando a creare vere composizioni acustico-poetiche. In sostanza quanto nel Medioevo veniva chiamato “canzone”.
Alcune di queste saranno incise per etichette discografiche indipendenti; il salto di qualità avviene con l’incontro con John Cale (da non confondere con J. J. Cale), polistrumentista dei Velvet Underground, la band di Lou Reed, che produce l’album “Horses” (1975): un album destinato a fare epoca.
Il successo permette a Patti di costituire una propria band e di pubblicare una ravvicinata sequenza di grandi album: “Radio Ethiopia” (1976), “Easter” (1978) e “Wave” (1979). In “Wave” compare la frase “La musica è riconciliazione con Dio”.
In quel periodo compone il testo di “Because the Night” per le note di Bruce Springsteen e canta la celebre “Gloria” di Van Morrison ma con un testo completamente riscritto.
Nel settembre 1979 si esibisce in due concerti italiani a Bologna e Firenze dove annuncia il ritiro dalle tournée; poco dopo sposa il chitarrista Fred “Sonic” Smith; dal matrimonio nascono i figli Jackson (1981) e
Jessica (1987); al marito è dedicata la calda e generosa “Frederick”. Più tardi esce “People Have The Power”, un manifesto poetico-politico recentemente rieseguito in una stupenda versione lenta, con l’accompagnamento della sola chitarra acustica ed un coro che ha fatto il giro del mondo.
Gli anni ’90 sono il decennio della morte e della solitudine: muoiono il suo pianista Richard Sohl, Robert Mapplethorpe, il fratello Tod e il marito Frederick. I riflessi di queste perdite balenano nel cupo album “Gone Again” (1996).
Gli anni successivi sono quelli che classicamente i media definiscono “della maturità”; una maturità poetica e stilistica con un’alternanza di sguardi diretti dentro e fuori di sé, al passato e al presente.
Diversi sono i brani rielaborati, come una bellissima versione lenta di “Wing” e una serie di dediche ai personaggi e ai luoghi che hanno riempito la sua esistenza: i poeti Ginsberg e Burroughs, Madre Teresa, Ho Chi Minh, il Tibet, il Vietnam, l’Irak e molto altro.
Nel 2006 canta a Torino in un concerto gratuito; due anni dopo duetta con Irene Grandi e Francesco Renga a sostegno di un progetto solidale per l’Africa.
Nel 2012 è ospite a San Remo insieme al gruppo “Marlene Kuntz” e interpreta “Impressioni di settembre” (Premiata Forneria Marconi) e “Because the night”.
Nel 2017 l’Università di Parma le conferisce la laurea in “Lingue e letterature europee e americane”.
Auguri Patti; il mondo ti ringrazia ma ti chiederà ancora molto.

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