ACCADDE OGGI – 30 MAGGIO 1924: LA DRAMMATICA SEDUTA DEL PARLAMENTO, IN CUI MATTEOTTI DENUNCIA I BROGLI ELETTORALI  

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Giacomo Matteotti nasce il 22 maggio del 1885 a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, da una benestante famiglia di tradizione socialista; dopo la laurea in giurisprudenza conseguita all’università di Bologna entra nel movimento socialista italiano e già nella prima guerra mondiale, poco dopo il matrimonio con la poetessa Velia Titta, sperimenta l’allontanamento e il confino in una isolata zona montuosa in provincia di Messina a causa delle sue idee neutraliste e anti-interventiste.

Nel 1919 Matteotti viene eletto e poi sempre riconfermato in Parlamento sino al giorno del suo assassinio.

Il 1922 è l’anno dell’espulsione, dal Partito Socialista Italiano, della corrente riformista di Filippo Turati, di cui Matteotti faceva parte; da questa scissione nasce il Partito Socialista Unitario di cui Giacomo Matteotti è eletto segretario.

Nel 1924 pubblica a Londra il libro “The Fascists exposed; a year of Fascist Domination” in cui ricostruisce, in modo circostanziato, le violenze contro gli oppositori.

Il 6 aprile del 1924 si svolgono le elezioni politiche italiane, le ultime aperte a tutti i partiti prima della formale dittatura fascista e sulla base della famosa “legge Acerbo”, una legge elettorale appositamente concepita per far vincere la “Lista Nazionale”; vittoria che arrivò puntualmente.

Il 30 maggio successivo, esattamente 97 anni fa, Giacomo Matteotti tenne il suo celebre discorso alla camera dei deputati; questa una parte del discorso.

«Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in
tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse.»

Al termine del discorso, rivolto ai suoi disse: «Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.»

Secondo le ricostruzioni storiografiche, Matteotti venne rapito alle 16.15 del 10 giugno 1924, mentre si recava a piedi verso Montecitorio, da un commando di cinque membri della polizia politica (poi tutti identificati) a bordo di un’auto Lancia. È altamente probabile che il parlamentare sia stato assassinato a coltellate direttamente in auto a causa della sua forte resistenza al rapimento e poi seppellito in serata fuori Roma, nella Macchia della Quartarella nel comune di Riano.

Le indagini, coordinate dal magistrato Mauro Del Giudice portarono facilmente al ritrovamento della macchina e all’arresto del commando dei rapitori ma il magistrato venne rimosso, indotto al pensionamento forzato e le indagini fermate.

Il 26 giugno successivo i parlamentari dell’opposizione si riunirono in una sala di Montecitorio, divenuta poi famosa come “sala dell’Aventino” dichiarando di non voler più partecipare ai lavori parlamentari fino a quando il governo non avesse chiarito il suo ruolo nell’omicidio Matteotti.

Il corpo di Matteotti venne ritrovato per caso il 16 agosto.

Dopo una lunga serie di inutili tentativi di insabbiamenti, lungaggini e ricerca di capri espiatori, il duce disse: «Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.”

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