Il pastrocchio è andato in onda sugli schermi di Bruxelles. Una incespicante e furbesca “mezza Brexit”, compromesso tra il pugno duro della UE e la debolezza (“realismo e saggezza”, secondo lei) della bistrattata e ondeggiante premier conservatrice, che – alla faccia dei suoi inchini alla volontà popolare – non rispetta l’esito dello storico (nel bene e nel male) referendum del giugno 2016, in cui il 52 per cento dei sudditi di Sua Maestà aveva scelto il divorzio netto dall’Europa e il recupero della sovranità e dell’ autonomia della nazione da quella che i promotori della consultazione avevano sprezzantemente bollato come “una prigione da cui evadere”.

Tutto questo, nelle 600 pagine dell’accordo, è talmente annacquato, sbiadito e ambiguo da giustificare gli anatemi e i lamenti dei “brexiteers” duri e puri, che gridano al “tradimento” e leggono l’intesa come una “resa” bella e buona di Theresa May, che la rivendicata eredità della “lady di ferro” Margareth Thatcher l’aveva da tempo relegata in soffitta. Mentre i signori e padroni di Bruxelles – in testa l’”amico” degli italiani Jean-Claude Juncker, banchiere e disinvolto uomo d’affari – ma anche la premiata coppia di mai rassegnati perdenti Merkel e Macron, se la ridono sotto i baffi simulando “profonda tristezza” per una dipartita – quella della Gran Bretagna – che nei fatti non c’è, o c’è molto parzialmente. All’insegna del classico “un po’ dentro, un po’ fuori” e del rinvio ai due anni di regime transitorio successivi all’entrata in vigore della Brexit (30 marzo 2019) dello scioglimento dei veri nodi sul tappeto, quelli che hanno drammatizzato i due anni e più di trattativa.

Per ora il Regno Unito – che deve sborsare alla UE la bazzecola di 40 miliardi di sterline, quasi 50 miliardi di euro, per garantirsi il diritto di recesso – resta comunque nell’Unione doganale europea, niente dazi, rendendosi difficile (direi “impervia”) la stipula di larghi accordi di libero scambio con altri stati o aree commerciali, come quelli – agognati – con gli USA o con la Cina. Contemporaneamente, invece, l’Irlanda del Nord – pur parte integrante dell’ UK – rimane tranquillamente dentro il mercato unico bruxellese: un modo per aggirare il problemone della frontiera con la Repubblica d’Irlanda – spalancata dal 1998 grazie al sofferto accordo di pace del “Venerdì Santo” – che altrimenti si sarebbe dovuta di nuovo chiudere, con alto rischio di nuove tensioni tra Belfast e Dublino. Ma, sotto sotto – sempre in omaggio allo spregiudicato andazzo del dare “un colpo al cerchio e un colpo alla botte” – il confine via mare di Londra con l’EIRE viene sottoposto a un’intensificazione dei controlli, contraddizione in termini della dichiarata opzione dell’apertura totale.

E allora? Siete ancora convinti che la Brexit è passata e che la fallace May abbia fatto un epocale figurone con i suoi interlocutori europei? Oggi come oggi il “pasticcio” riscuote il plauso di Bruxelles, Berlino, Parigi e dintorni. La vecchia Unione vince, o limita i danni. La Gran Bretagna ci rimette, o non centra i suoi obiettivi. E – incolpevoli – ci rimetteranno una bella fetta dei tre milioni di cittadini UE residenti in UK – di cui 700 mila italiani – che si vedranno restringere diritti, possibilità di lavoro e movimenti (anche in questo caso, come sbagliarsi, regole precise di là da venire).

Ma Theresa, oxfordiana pensosa, è attesa in dicembre dalla prova più ardua. Prima di Natale (forse il 6) dovrà passare sotto le forche caudine di Westminster, dove il barometro segna da mesi tempesta. Alla contestata premier, costretta a sette affannosi rimpasti di governo per sopravvivere, mancano 90-100 voti per strappare al Parlamento la ratifica. Un terzo dei suoi “tories” respingono il pateracchio, i laburisti – che sperano nel voto anticipato per resuscitare e dare l’assalto a Downing Street – lo bocciano a prescindere, i nordirlandesi ex-alleati del DUP si sono sfilati, scozzesi e gallesi sono sempre stati per il “remain”. La May si sbraccia disperata. Sa che il peggio è in agguato. Se suonasse il campanello del no, sarebbe la fine sua e dell’accordo. Scoccherebbe l’ora del “no deal”. Brexit al buio, nel caos, senza norme. Con conseguenze imprevedibili. Per Londra e per l’Europa.

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