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Il “dossier Italia” non è ancora all’ordine del giorno ma i ministri della moneta unica hanno già fatto intendere al premier Conte che occorre una manovra bis da 3 miliardi e altri 30 nel 2020 altrimenti ci sarà la procedura di infrazione. Intanto il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha rassicurato sulla tenuta dei conti pubblici italiani, costretto a intervenire dopo le varie esternazioni di Matteo Salvini, che si era detto pronto a sforare i vincoli Ue del 3% sul deficit e del 130-140% sul debito. Alla domanda se l’Italia arriverà al punto di portare il debito pubblico fino al 140% del Pil, il titolare del Tesoro ha risposto: “Non credo proprio. C’è un Def, documento di economia e finanza, che è stato approvato dal Governo e dal Parlamento. E il Parlamento com’è noto chiede di non aumentare l’Iva, ma tutto nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica specificati nel Def”.

Sempre Conte ha ammesso che “evitare l’aumento dell’Iva non sarà facile” e ha sottolineato che il governo è al lavoro “per una profonda spending review e per il potenziamento del nostro sistema di contrasto all’evasione fiscale”. L’aumento dell’Iva si aggiungerebbe a una pressione fiscale già oppressiva. Per l’Italia centrale sarebbe l’ennesima stangata. Per quanto riguarda l’addizionale Irpef, Viterbo ha la tassa più pesante della provincia: ben 535 euro a persona, secondo quanto emerge dai dati elaborati da Confprofessioni. Spetta invece a Ischia di Castro il primato del costo pro capite dell’addizionale comunale Irpef più basso di tutta la provincia di Viterbo.

Su tutta Italia si calcolano almeno un miliardo di euro di aumenti, tra addizionali regionali e comunali. Tra il 2006 e il 2016 il peso delle addizionali è cresciuto di circa 7,5 miliardi di euro passando da meno di 9,2 a quasi 16,7 miliardi. Un incremento dell’82,4%, alimentato da un’esplosione delle addizionali comunali (+181,9%), corroborata da una crescita molto rilevante anche di quelle regionali (+60%). Una corsa, quella delle imposte locali, che l’associazione definisce “smisurata” e che nasce dalle esigenze di cassa derivate dai tagli delle manovre degli ultimi anni.

Un’altra imposta in aumento incontrollato è la tassa di soggiorno che si sta rivelando un modo semplice a disposizione dei Comuni per far cassa. A Viterbo, con un bliz di fine anno, è stata addirittura raddoppiata, passando da 1 euro a 1,80 (ma a seconda delle stelle dell’albergo arriva a 3,30). Il vice sindaco Enrico Maria Contardo disse che l’aumento avrebbe portato un gettito fino a circa 400mila euro l’anno. Per quanto riguarda l’utilizzo di tali fondi si è parlato di rifare i bagni pubblici e la cartellonistica multimediale e della realizzazione di un museo multimediale delle Macchine. Non escluso l’impiego di una parte dei soldi anche per Santa Rosa.

La decisione di raddoppiare l’imposta ha scatenato la protesta della Federalberghi Lazio contraria a un aumento così marcato e improvviso che mette gli albergatori in enorme difficoltà. Polemiche simili si riscontrano nella categoria anche in altre regioni e località, più o meno turistiche. La legge non prevede la rendicontazione dei soldi spesi, in quanto a tal proposito mancano ancora i decreti attuativi. L’imposta si è quindi trasformata nel tempo in un bancomat, specie nei comuni dai bilanci dissestati, per ripianare il deficit laddove dovrebbe servire a finanziare iniziative a favore del turismo. Nel 2019 sono molteplici i Comuni che hanno deciso di adottare questa tassa, con i turisti che devono farsi carico dell’imposta per un valore proporzionale a seconda del numero di notti passati in albergo (o in campeggio).

Ad oggi, in Italia sono 997 i Comuni dove si paga la tassa di soggiorno, ai quali se ne aggiungono altri 23 che invece applicano la tassa di sbarco; in totale si tratta di un gettito di 600 milioni di euro l’anno, con Roma che da sola incassa 130 milioni (il 27,7% del totale). Nel Lazio la tassa di soggiorno è applicata in tutti i 378 Comuni. Questo è stato possibile grazie alla legge regionale di semplificazione e sviluppo n. 7 del 22 ottobre 2018. Al momento dell’introduzione di questa imposta l’Assessorato al Turismo della Regione Lazio, in una lettera aperta ai sindaci, scrisse che “può costituire un’opportunità aggiuntiva di finanziamento degli interventi a sostegno del turismo e di recupero dei beni culturali e ambientali che ogni amministrazione può valutare al fine di contribuire alla valorizzazione del territorio e allo sviluppo economico della nostra regione”. Resta da vedere, a distanza di un anno quante amministrazioni comunali hanno seguito questa indicazioni o invece approfittato di questo flusso di denaro per far cassa.

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