Affinità e differenze tra Fascismo e Nazismo

Un'analisi semplice e schematica, nel Giorno della Memoria, per far finalmente chiarezza su due movimenti che spesso vengono intesi come realtà politiche identiche

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In occasione della tristissima giornata di oggi cercheremo di approfondire un argomento che, nonostante la sua anzianità, è ancora oggi dibattuto da individui di tutte le generazioni e di tutti gli interessi.

Fascismo italiano e Nazismo tedesco vengono il più delle volte assimilati come unica entità politica dal “tuttologo” medio: ma quali sono poi, in realtà, le differenze? E quali le affinità?
Si cercherà di spiegarlo in modo che chiunque, anche chi è lontano dal mondo ricco di tecnicismi di storia e politica, possa comprendere e seguire, mantenendo inoltre un andamento schematico e il più possibile chiaro, affrontando solo le tematiche fondamentali.

Prima di partire con l’elenco, ci teniamo però a sottolineare un fatto che ormai trova accordo tra tutti i maggiori studiosi: non esiste il nazi-fascismo.
Tale termine, coniato per superficialità nei giorni nostri e diffusosi con una velocità altissima, allontana la visione storica dalla realtà dei fatti e fa assimilare due idee che invece, tra loro, hanno più punti di lontananza che d’intersezione.

Adolf Hitler, prima di fondare il suo Partito (1933), ammirava certo la politica di Benito Mussolini, e ciò non si può negare; fu l’avanzamento nel tempo che li portò a intraprendere strade separate, seppur sempre collegate.

Differenze principali

  • Il razzismo come obiettivo finale/fondamentale: c’erano sì molti iscritti al PF già razzisti per via dell’imperialismo dei secoli precedenti, ma esso non era un fine per gli italiani. Hildebrand scriveva, in proposito: “La legge dinamica centrale e l’obiettivo finale del regime di Hitler fu l’antisemitismo”.
    Un fatto del genere non può essere ricondotto in alcun modo al partito di Mussolini, nel quale piuttosto si annoveravano, durante gli anni del primo movimento fascista, anche numerosi ebrei iscritti.
  • Nelle origini dei partiti ci sono differenze molto significative. Il principio di totalità nel Nazismo proviene dalla razza, mentre lo Stato è il mezzo per realizzarne la purezza; nel Fascismo, invece, è lo Stato il principio totale, non come mezzo, ma come fine esso stesso.
  • Lager: i campi di concentramento erano sì presenti anche in Italia, ma questi erano controllati direttamente da funzionari nazisti, e comunque sia qui vi erano destinati solamente gli ebrei; in Germania, invece, erano destinati ai campi anche moltissimi avversari politici e oppositori di Hitler.
    In Italia, al posto dei lager, era più usuale trovare “confinamenti” (isolamenti penalizzanti) per allontanare avversari politici e oppositori.
  • Hannah Harendt definiva il fascismo un vero e proprio “totalitarismo incompiuto“: questo perché, a differenza del movimento tedesco, esso non aveva tutti i caratteri fondamentali di un totalitarismo, quali razzismo, terrore, campi di sterminio, guerra, controllo totale della società.
  • Dualismo Stato/Partito. Roberto De Felice ha notato questa differenza: nel caso tedesco è il Partito che diventa Stato, mentre nell’Italiano è lo Stato che assorbe il Partito.
  • Hitler non accettò collaborazioni con alcun tipo di potere, né clericale né politico; mentre Mussolini riconobbe dal canto suo autonomia sia alla Corona che alla Chiesa, che a funzionari esterni di altri partiti.

Affinità principali

  • La “terza via“: la via alternativa a tradizione e rivoluzione, un atteggiamento politico che conciliasse queste 2 “spinte” apparentemente inconciliabili; i due Dux capirono che porsi in quest’ottica, con il popolo, avrebbe portato a un largo consenso. Al popolo piace sia sentir parlare del passato glorioso e mitizzato (come l’Impero Romano), sia di un futuro roseo in cui si scardinino i precedenti stalli.
  • Lebensraum” e “Posto al sole“: la prima espressione rappresentava la volontà del Partito Nazista di espandersi verso est alla ricerca dello “spazio vitale”, conquistabile ripulendo etnicamente le popolazioni orientali; la seconda, in modo simile (ma non certo uguale) era un’espressione utilizzata da Mussolini per indicare i luoghi che spettavano “per natura” agli italiani, al Sud del Mediterraneo, in Africa.
  • Figura del condottiero/capo: Fuhrer e Duce sono già di per sé termini che rimandano a essa. In un periodo come quello degli anni ’20/’30, successivo alla Grande Guerra, nel quale erano andate perse le certezze dalla popolazione, avere una figura che assicurava (e trasmetteva) sicurezza e stabilità diveniva un bisogno che i due dittatori compresero subito in modo astuto.
  • Appartenenza/spersonalizzazione: appunto, come detto, i popoli sentivano la necessità di appartenere a qualcosa di più grande che desse sicurezza, e i due partiti diedero ciò a loro; la lealtà al partito, come può intendersi anche su 1984 di Orwell, dava un “senso di appartenenza” agli individui che li faceva sentire interiormente più forti. Questo individualismo, tuttavia, sembrava crescere con l’adesione ai Movimenti, ma in realtà prendeva esattamente la via contraria: gli individui si omologavano e, di conseguenza, spersonalizzavano.

 

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