Alessandro IV nel 1258 “inventò” la tradizione della Macchina di S. Rosa

Nel 1255 il Papa appena eletto fece il suo rientro in Roma, dove governava un senatore, che era impersonato dal ghibellino bolognese, Brancaleone degli Andalò

sagginiPapa Alessandro IV, al secolo Rainaldo dei conti di Segni, nato a Jenne presso Anagni, era nipote di papa Gregorio IX. Era stato eletto a Napoli nel dicembre del 1254, con il voto unanime di tutto il sacro collegio, in un conclave che durò solo sette giorni. Questo Pontefice era essenzialmente uomo di liturgia, e aveva un carattere mite. Le sole armi che riusciva a usare con grande abilità, erano le condanne spirituali, come la scomunica e l’interdetto.

In quel tempo Manfredi, figlio naturale e riconosciuto dell’Imperatore Federico II, alla testa del suo esercito di truppe saracene, imperversava nei possedimenti della Chiesa, conquistando ogni giorno ampi territori. Le notizie che arrivavano al Papa sull’avanzata del Re di Sicilia, avevano l’effetto di terrorizzarlo e di deprimerlo, ma il Pontefice non aveva la stoffa e neanche la voglia di cercare alleati per organizzare una difesa.

Ma procediamo con ordine. Nel 1255 il Papa appena eletto fece il suo rientro in Roma, dove governava un senatore, che era impersonato dal ghibellino bolognese, Brancaleone degli Andalò. Uomo tutto d’un pezzo che incontrando il Papa per le strade di Roma, gli promise che la volta successiva lo avrebbe passato a fil di spada. A questo punto il Papa decise di trasferire la sua residenza e si rifugiò nella munita città di Viterbo.

Appena il Papa con la Curia e la Corte pontificia al suo seguito, arrivarono a Viterbo, la città ricevette una grossa scarica vitale di adrenalina, che cambiò radicalmente l’economia prettamente agricola della città, e fece impennare tutti i commerci e tutte le altre attività in genere.

La città con il simbolo del leone nemeo che viveva principalmente di agricoltura, di colpo avvertì come una forte scossa elettrica: Viterbo non era più la stessa. Le strade erano sempre affollate, e le locande e le osterie sempre gremite di avventori. Insomma ai Viterbesi non gli ci volle molto per capire, che per stare al passo con i profondi cambiamenti che stavano avvenendo con l’arrivo del Papa, bisognava “destarsi prima del solito e andare a letto molto dopo”.

L’arrivo di questo nutrito e scelto gruppo di nuovi cittadini residenti, cambiò in meglio tante cose. Dai grandi conventi come Santa Maria in Gradi, San Francesco e S. Maria del Paradiso, alle case gentilizie che facevano a gara a chi potesse ospitare i Cardinali, per arrivare fino al più piccolo commerciante, tutti i cittadini di Viterbo che esercitavano una attività, videro di colpo crescere le richieste in modo esponenziale. Dalle locande alle abitazioni in affitto, dai fabbri ai maniscalchi, dai calzolai ai sellai, dai panettieri agli ortolani, dai venditori di fieno e di biada ai venditori di vino, e agli artigiani, tutti erano felici per il numero degli affari che facevano ogni giorno. Le vecchie animosità tra famiglie guelfe e ghibelline sono riposte velocemente in soffitta, e progressivamente si spegne anche l’eterno conflitto con Roma.

Tutti credevano fermamente nella mera illusione, di un’illimitata permanenza della sede apostolica in Viterbo, e quindi di un fiorire continuo e ininterrotto della giovane città. Papa Alessandro IV dal canto suo, ricolmò d’indulgenze e privilegi tutte le chiese della città, esercitando con fervore e umiltà l’ufficio di Vescovo dei Vescovi. Nella sua azione politica lottò incessantemente contro gli Hohenstaufen, e la sua opposizione instancabile e ferma, culminò con il rinnovo della scomunica a Manfredi. S’impegnò anche con successo nella riappacificazione tra Viterbo e Orvieto. Consacrò solennemente il tempio di Santa Maria in Gradi, e volle completato il delizioso chiostro duecentesco, per il quale donò personalmente le centosessanta colonnine marmoree, finemente lavorate, che ancora oggi si possono ammirare. Consacrò la Chiesa della Santissima Trinità presso la quale riunì le varie congregazioni degli Eremitani di Sant’Agostino, e promosse il restauro del monastero cistercense di San Martino.

Dopo aver ricevuto in sogno, per ben tre volte, S. Rosa, si recò personalmente presso la Chiesa di Santa Maria in Poggio, per disseppellire il corpo della verginella viterbese. Poi il 4 settembre del 1258, comandò e guidò personalmente la processione per la traslazione del sacro corpo, dalla Chiesa di Santa Maria in Poggio (oggi Chiesa della Crocetta), fino alla Chiesa di S. Maria delle Rose annessa al Cenobio di San Damiano (oggi tutto a nome di S. Rosa).

Alla solenne processione parteciperà in pompa magna anche il Capitano del Popolo Raniero Gatti, affiancato da due consoli. Con questo evento si avverò la profezia che la giovane Rosa pronunciò quando la madre badessa del convento la rifiutò, con la scusa che non c’era posto: “Mi accoglierete con gioia dopo morta”.

In quell’occasione i resti incorrotti di Santa Rosa, furono trasportati a spalla da quattro Cardinali presenti a Viterbo. Quel giorno di tanti secoli fa, si crearono i presupposti per la celebrazione del trasporto della Macchina di Santa Rosa. Tradizione che ancora oggi si ripete.

Papa Alessandro IV convocò a Viterbo anche il Concilio, che avrebbe dovuto promuovere la lega dei principi Cristiani contro i Tartari, e lo fissò per il 6 luglio 1261. L’iniziativa però non ebbe luogo per la sopravvenuta morte del Pontefice, il 25 maggio dello stesso anno.

Le cronache del tempo riferiscono che fu sepolto nella cattedrale, ma la sua tomba, malgrado le tante ricerche fatte in epoche diverse, non è stata mai ritrovata.

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