Disinvoltamente “Poppy” per parenti e amici, solennemente “il più grande dei patrioti” per gli americani, che non l’avevano mai relegato nell’ammuffita soffitta dei ricordi sbiaditi. Mille decisivi capitoli di storia recente e pulsante sono intrecciati con la lunga e dignitosa vita di George Herbert Walker Bush, tipico esponente “wasp” (bianco, anglosassone, protestante), quarantunesimo presidente degli Stati Uniti, petroliere-gentiluomo e padre di un altro (assai meno amato e più divisivo) inquilino della Casa Bianca, che se ne è andato in punta di piedi a 94 anni unificando in un lutto “bipartisan” una nazione negli ultimi tempi spaccata a metà nel giudizio sul ciclone Trump.

Le testimonianze di cordoglio, nel suo caso, sanno di autentico. Non la solita, dovuta, parata di ovvietà e di lodi post-mortem più o meno ipocrite – tessute anche dai nemici più aspri – cui siamo assuefatti ad assistere quando esce di scena un potente della terra. L’ultimo rappresentante della “great generation” – quella che combatté il secondo conflitto mondiale e piegò l’Asse – austero e riservato patriarca numero due dell’inestinguibile dinastia iniziata dallo spregiudicato genitore (il finanziere Prescott Bush), era rispettato da tutti. Chi lo criticava, non lo ha mai odiato o disprezzato. Le commosse parole di apprezzamento, indirizzate a lui – eroe di guerra e bandiera dei repubblicani conservatori – dai democratici globalisti Barack Obama e Bill Clinton (l’uomo che lo sconfisse duramente nel ’92 e gli subentrò nella stanza dei bottoni), riflettono l’aura di venerazione che ha circondato George senior per buona parte della sua esistenza.

Nel non lontano 2012, già colpito dal morbo di Parkinson che lo costringeva su una sedia a rotelle – amorevolmente assistito dall’inseparabile Barbara, 73 anni di unione e sei figli, che lo lasciò sette mesi fa – un sondaggio “coast to coast” aveva rivelato che il 59 per cento dei cittadini a stelle e strisce ricordava e giudicava positivamente il suo operato. Chissà se “The Donald” la pensa allo stesso modo. Non è un mistero che George H.W. Bush, che si vide umiliare il figlio Jeb dall’arrembante tycoon alle primarie del partito del 2016, non ha mai amato l’attuale comandante in capo. Secondo un’ indiscrezione non confermata, ma nemmeno smentita, lo avrebbe definito “un pallone gonfiato”. Differenze marcate, di toni e di estrazione sociale (un sobrio aristocratico nato negli agi e laureato a Yale l’uno, un “self made man” venuto dal popolo e fattosi largo tumultuosamente l’altro), più ancora che di programmi e di contenuti.

Convinto repubblicano del GOP (il “grande vecchio partito”) e suo leader – oltre che deputato – nella terribile fase dello scandalo Watergate che travolse la torbida presidenza Nixon, primo ambasciatore a Pechino dopo la sofferta ripresa delle relazioni tra i due colossi, direttore della CIA poi giubilato da Jimmy Carter, quindi tornato in auge con Ronald Reagan e suo vice per due mandati, l’”ultimo dei patrioti” – un po’ per fortuna, un po’ per intuito – non sbaglio’ una mossa in politica internazionale nel quinquennio di permanenza alla White House, che fu crocevia essenziale delle svolte epocali che si susseguirono a cavallo tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta.

L’operazione condotta a Panama per fermare lo spietato dittatore Manuel Noriega “faccia d’ananas”. La missione umanitaria in aiuto della Somalia insanguinata dalla guerra civile intertribale. Ma, soprattutto – ed è per questo che resterà nella storia – George H. W. Bush è stato l’artefice della “prima guerra del Golfo” contro il regime di Saddam Hussein, che aveva fulmineamente invaso il territorio del Kuwait, e che la “coalizione dei volonterosi” orchestrata dagli americani sbaraglio’, costringendolo a mollare la presa. A differenza del velleitario rampollo George Bush jr., tuttavia, l’uomo che in queste ore l’America piange si guardò bene – dando prova di profonda saggezza – dall’andare oltre e dal vagheggiare chissà quali altre azioni contro il “rais”, consapevole del grave rischio che ciò avrebbe comportato. Stessa lungimiranza Bush senior dimostrò nell’altro suo capolavoro politico-diplomatico: l’accordo – anche questo storico – stretto a Malta nell”89 (a poche settimane dalla caduta del Muro di Berlino) con Mikhail Gorbaciov, che mise la parola fine all’incubo della guerra fredda e impose un primo alt alla minaccia nucleare.

Presidente di successo – e con un indice di gradimento che sfiorò il 90 per cento – per le sue scelte sullo scacchiere internazionale, non altrettanto sintonizzato sugli umori e le esigenze del suo popolo in economia. Non riuscì a mantenere la promessa-slogan che ripeteva come un mantra nella campagna elettorale del ’92, il taglio delle tasse, e si coprì di ridicolo in televisione – denotando la sua distanza dalle urgenze del quotidiano – quando, imbarazzatissimo, non fu in grado di quantificare all’intervistatore il prezzo di un litro di latte. Il paese era sull’orlo della recessione, lo sfidante democratico – l’ emergente Bill Clinton, allora giovane governatore dell’Arkansas – lo massacro’ sui temi economici e sociali. George senior raggranello’ appena il 37 per cento dei voti. Fu l’unica sconfitta della sua vita. Ma segnò l’epilogo della sua carriera politica e il suo passaggio ad una tranquilla vita da nonno inframmezzata da rare e gradite apparizioni pubbliche

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