Anche per i ragazzi la fuga all’estero per il lavoro è in molti casi inevitabile

112

La scorsa settimana abbiamo parlato di ragazze che sono state costrette a portare le loro competenze all’estero, ma anche i ragazzi non sono messi bene.

MATTEO BATTILOCCHI

Matteo, 33 anni, laureato in biotecnologie a Parma, ora research assistant al King’s College di Londra, centro per cellule staminali e medicina rigenerativa, dove supporta con il suo lavoro la (nota) direttrice del centro Fiona Watt, anche capo del Medical Research Council (Mrc). «A settembre 2014, dopo tanti anni in cui ho provato a fare del mio meglio per stare in Italia, ho scelto di cambiare prospettiva e andare a Londra, soprattutto per una questione di cultura del lavoro qui in Italia. Non avevo la tranquillità e la soddisfazione che cercavo a causa di come venivano fatte le cose e di una generale mentalità negativa. Dopo diversi lavori e migliaia di curriculum inviati in Italia il meglio che ho trovato era con un laboratorio che faceva controllo qualità nel settore agroalimentare. La mia situazione lavorativa, con fatica e fortuna, forse sarebbe potuta migliorare, ma la sensazione era sempre quella di “mezzi strani”, dovendo ad esempio avere una partita Iva come consulente unita a un contratto part time, perché così l’azienda potesse spendere di meno. Mi sono stancato di questo modo di fare “all’italiana”, tra sotterfugi, instabilità e caos burocratico, che mi costringeva a prendere una serie di stipendi spezzettati facendo altri lavoretti».

Ho scelto Londra per un mix di fattori vincenti, sono arrivato con un inglese base, un curriculum un po’ spezzettato e senza contatti, all’inizio non è stato facile anche perché lì il sistema non si basa su raccomandazioni ma su referenze iniziali che servono. Dopo 2 mesi passati a inviare curriculum, e facendo volontariato nelle charity shop che destinano i soldi delle vendite alla ricerca sul cancro, ho iniziato a conoscere persone e stringere contatti, migliorando l’inglese. Tramite agenzia sono entrato al King’s College con un ruolo base di tecnico di laboratorio. Dopo 3 mesi hanno aperto una posizione sempre di ruolo base e mi hanno assunto a tempo indeterminato (non più tramite agenzia), dopo 3 anni ho fatto uno step ulteriore e importante fino ad arrivare alla mia posizione attuale. Oggi sono soddisfatto da tanti punti di vista, in ambito lavorativo, amoroso, riesco ad avere un appartamento per conto mio e vado a lavorare in bici, ho colleghi di tutte le nazionalità e trovo che questo melting pot sia incredibilmente stimolante».

SANTINO MIRENNA

Santino, 26enne originario della provincia di Caltanissetta, ad oggi si trova ad Oslo, con vitto e alloggio pagato, nonché ben stipendiato, in quanto partecipante come ballerino professionista alla versione norvegese di Ballando con le Stelle. Santino ha iniziato a ballare a 8 anni quasi per caso, dopo una rottura del braccio che lo ha obbligato a sospendere il calcio. Da lì è nato il suo amore per la danza, in particolare latino americana, che lo ha portato a soli 15 anni a insegnare in diverse scuole di ballo in Sicilia per guadagnare i soldi necessari per continuare a prendere lezioni private e affrontare viaggi e costi di iscrizione alle gare.

Nel 2013 Santino ha vinto la Coppa norvegese di latino americano e da lì ha deciso di cercare maggiore fortuna e soprattutto una migliore posizione economica in Norvegia, in quanto «in Italia se si lavora come dipendenti in una scuola di ballo si guadagna troppo poco per vivere». La cosa interessante, indice di una percezione ormai consolidata di Paese non meritocratico, è che Santino non ha mai provato ad entrare come ballerino nei noti programmi televisivi italiani, perché pensava (a torto o a ragione) che senza conoscenze fosse impossibile. Per Ballando con le Stelle in Norvegia, invece, «ho ottenuto il mio primo colloquio semplicemente mandando una mail, a zero raccomandazioni».

E questo è……se vi pare!

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui