Manifestazioni pacifiche a Roma e in 7 città italiane per chiedere all’Europa di riconoscere l’indipendenza di Nagorno-Karabakh: “Unica speranza di evitare un secondo genocidio”

“Armenia wants peace”: la comunità armena in piazza per dire stop all’aggressione azero-turca

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Foto della manifestazione al Pantheon

Nvard Kavukchyan è originaria dell’Armenia, ma da molti anni è residente in Italia, a Narni. Doppia cittadinanza, laureata in Lingue Straniere, si occupa di corsi in inglese, ma con il cuore è sempre all’Armenia e alla situazione che il suo popolo sta affrontando.

La comunità armena presente in Italia è particolarmente attenta alla tematica del rapporto con il governo azero-turco.

E così Nvard ci ha parlato di cosa sta accadendo davvero nel suo Paese.

Manifestazione al Pantheon

“La comunità armena nei giorni scorsi è scesa in piazza, il 13 ottobre a Roma in piazza Montecitorio e il 18 al Pantheon e in altre sette città italiane, per chiedere all’Europa di riconoscere l’indipendenza di Nagorno Karabakh (“Artsakh” per gli armeni) per fermare l’aggressione azero-turca ed evitare un secondo genocidio, dopo quello del 1915. – racconta Nava – Alla manifestazione di Montecitorio hanno preso parte diversi onorevoli e politici, tra cui Manuel Vescovi, Giulio Centemero, Maurizio Lupi, Andrea Delmastro delle Vedove, Anna Cinzia Bonfrisco, Enrico Aimi, Alessandro Fusacchia, Gennaro Migliore, Eugenia Zoffili e Matteo Salvini. La comunità armena in Italia chiede di condannare l’aggressione turca, ricordandoci che l’articolo 11 della Costituzione Italiana afferma che il Paese rifiuta la guerra”.

Come nasce il conflitto?

“Sono anni che va avanti, ma bisogna fare un passo indietro nella storia. Dopo il terribile genocidio del 1915, nel quale furono uccisi oltre un milione e mezzo di armeni dagli ottomani, agli inizi degli anni ’20 per volere di Stalin il Nagorno-Karabakh venne assegnato all’Azerbaijan, nonostante il 93% della popolazione fosse armena e avesse vissuto nel territorio per secoli. Nel 1988 ci furono altri massacri armeni da parte dell’Azerbaijan. Nel 1991, utilizzando la legislazione sovietica vigente all’epoca, il popolo di Nagorno con un referendum dichiarò la sua indipendenza, ma lo Stato non è riconosciuto a livello internazionale. Nel 1994, dopo una guerra durata due anni, viene infine stipulato un cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaijan, che negli ultimi anni non è però mai stato rispettato”.

Cosa sta accadendo adesso in Armenia?

“Nel luglio di quest’anno si è riacceso uno scontro tra Armenia e Azerbaijan, che poco dopo si è fermato. Subito però la Turchia ha dichiarato l’esercitazione militare con l’Azerbaijan, con l’impegno di mezzi di terra, aria e stormi. Alla fine delle esercitazioni i mezzi ancora si trovavano lì. Il 27 settembre l’Azerbaijan con l’aiuto della Turchia – che ha reclutato anche terroristi dalla Siria, fatto provato da diversi Paesi – ha lanciato attacchi missilistici lungo l’intera linea di contatto, ricorrendo anche a carri armati, artiglieria pesante e soldati e prendendo di mira anche località civili con artiglieria pesante, droni kamizake e armi vietate, come le bombe a grappolo. Adesso, da giorni, stanno bombardando con i missili, colpendo case, scuole, asili, ospedali e monasteri. Fino a adesso ci sono più di 30 morti e 100 feriti tra i civili e più di 700 militari. Il 16 ottobre un soldato armeno è stato decapitato e le foto sono state pubblicate sui social, un fatto allarmante che conferma la crudeltà e l’odio del governo azero-turco verso gli armeni. La situazione viene documentata quotidianamente da giornalisti di tutto il mondo che ora si trovano in Armenia e tra di loro ci sono anche italiani, mentre in Azerbaijan, soprattutto i primi giorni, erano ammessi solo giornalisti azeri e turchi”.

Parliamo dell’Europa. Questo conflitto potrebbe rappresentare un potenziale pericolo anche per il continente?

“Il panturchismo è una minaccia e non solo per l’Armenia. L’espansione geopolitica della Turchia, prima in Siria e Libia, poi a Cipro, Grecia e ora in Armenia…viene da chiedersi, chi sarà il prossimo? Magari le persone in Europa pensano che un conflitto che non si svolge nel loro territorio non le riguardi, ma se si lascia la Turchia con la sua idea di espansione dopodomani li troveremo davanti alle porte del continente. Bisogna fermarla adesso. Inoltre, il diretto coinvolgimento della Turchia nel conflitto – riconosciuto ufficialmente dalla Corte Europea – è un’azione che può avere conseguenze negative anche per il coinvolgimento di milizie jihadiste che alimenta strumentalmente lo scontro di civiltà tra musulmani e cristiani, con il rischio di ricadute anche nel continente. Il dominio turco nell’area interessata dalla realizzazione del corridoio meridionale del gas, permetterà al presidente turco Erdoğan in futuro di ricattarci non solo con i migranti, ma anche con l’energia, di cui il Paese è molto ricco. L’Armenia, di contro, è un Paese piccolo e non dispone delle stesse risorse: questo dimostra che non avrebbe mai iniziato una guerra contro l’Azerbaijan”.

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