“Arrivederci Professore”, la morte affrontata da un politicamente scorretto Johnny Depp

Nonostante ne evochi alcune importanti caratteristiche, “Arrivederci professore” non è una rivisitazione del celeberrimo e amatissimo “L’Attimo fuggente” del 1989

arrivederci professore

Nonostante ne evochi alcune importanti caratteristiche, “Arrivederci professore” non è una rivisitazione del celeberrimo e amatissimo “L’Attimo fuggente” del 1989.
Si tratta, invece,  di un film che, pur nel suo elogio del politicamente scorretto, del pensiero anticonformista e del famoso Carpe diem oraziano, condivisi con l’opera di Peter Weir, racconta della crisi umana e spirituale di un uomo di fronte alla malattia che lo sta conducendo alla morte e dell’arco di trasformazione che questa circostanza comporta.
Consapevole di avere ancora a disposizione pochissimo tempo da vivere, Richard, professore universitario cinquantenne di letteratura, decide di aprire una fase nuova della sua vita, di rimuovere il velo di finzione ed ipocrisia che ricopre la sua sfera privata e pubblica e di aprirsi incondizionatamente all’amore e alla vita.

Ad interpretare Richard è “nientepopodimeno” che Johnny Depp il quale torna sul grande schermo a  meno di un anno di distanza da “Animali fantastici – I crimini di Grindelwald” nel quale interpretava il ruolo di un mago oscuro con coloriture naziste, passando cosi, a testimonianza del suo eclettico talento, da una forte caratterizzazione ad una molto più interiorizzata anche se ugualmente intensa. E se in Italia, “Arrivederci professore”, film di produzione indipendente, scritto e diretto da Wayne Roberts, ha dominato  al box office nei suoi primi giorni di uscita nella sale, superando film   di grande richiamo quali “Pets 2”, “Aladdin” e “X-men”, ciò rappresenta l’ennesima riprova di quanto Johnny Depp continui ad essere amatissimo dal pubblico nostrano, nonostante tutti gli scandali nei quali è stato coinvolto.

“Arrivederci professore” è diviso in  capitoli, uno per ogni fase di trasformazione del  protagonista  e  cioè per ogni nuova sfida che questi deve affrontare. Si va dalla presa di coscienza della malattia, a quella  del suo esito inevitabile infausto, alla consapevolezza di avere ancora solo poco tempo da vivere, alla condivisione della malattia con la famiglia e con gli amici, all’ulteriore onda di dolore che da questo deriva, alla gestione, in primo luogo emotiva, dei giorni che seguono. La narrazione è estremamente lineare quasi, ci verrebbe da dire, piatta se non, a tratti, addirittura banale, tanto da far ritenere che con minore retorica e con un analisi più complessa si sarebbe potuto arricchire enormemente lo spessore dell’opera. La sensazione è perciò quella di essere alle prese con un prodotto dalle grandi potenzialità ma che, schiavo del suo rigido schema didascalico, non riesce ad esprimere pienamente tutte le sue potenzialità.  Va riconosciuto, tuttavia, che il film ha il grande pregio di non cadere nel cliché del cancer-movie sapendo spaziare, grazie ad un suo umorismo dissacrante, dal dramma all’ironia se non addirittura  al sarcasmo caustico tipico della black comedy.

Accanto all’onnipresente Depp, troviamo Zoey Deutch, Rosemarie DeWitt, Ron Livingston e, soprattutto, la sorprendente Odessa Young, ventunenne  australiana, già premiata con un AACTA Award come miglior attrice protagonista. E’ suo il toccante dialogo di addio con il padre Depp nel corso del quale raggiunge picchi di intensità e  di verità  all’altezza del suo più grande e famoso collega.

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