Auguri a Pelé! 80 anni da campione

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Il suo nome è leggenda. Eppure è un nomignolo semplice, di sole quattro lettere. Un nomignolo che ha fatto il giro del mondo e che ha portato il Brasile a diventare una squadra mito del calcio internazionale.

Sapeva usare gli scarpini come Luciano Pavarotti la voce, come Jimi Hendrix la chitarra. La palla la tirava, la faceva volteggiare, la possedeva.

Compie oggi 80 anni il re del calcio brasiliano, campione ineguagliabile di bravura, esempio di impegno e passione: Pelè.
“Papà, non ti preoccupare. Un giorno il mondiale lo vincerò io”. Aveva dieci anni, il 16 luglio 1950 quando Edson Arantes do Nascimento fece al padre Joao Ramos do Nascimento, detto Dondinho, questa promessa, dopo la sconfitta memorabile del Brasile ai mondiali, ascoltata alla radio.

Il papà era un centravanti di buon livello, giocava nel Vasco de Sao Lourenço. Portava il figlio agli allenamenti. Il piccolo era affascinato dal portiere, Bilé. A ogni sua parata urlava a gran voce: “Bravo Bilé! Bravo Bilé!”. Tante volte però storpiava il nome in “Pilé” o “Pelé!”. Così gli altri lo prendevano in giro e cominciarono a chiamarlo così.

L’ attaccante più forte che il mondo intero abbia mai conosciuto iniziò a giocare con un calzino arrotolato e un mango perché non aveva abbastanza soldi per comprarsi un pallone. Arrivò a diventare il Pallone d’Oro Fifa del secolo.

Waldemar de Brito, il responsabile del vivaio dell’Atletico Clube, cominciò a notare e a seguire Pelé.
La sua crescita fu esponenziale e le sue gesta arrivano fino a Rio de Janeiro. Ma Rio era troppo lontana e così Pelé scelse il Santos. Era l’8 agosto 1956. Aveva quindici anni.

Pelé debuttò col Brasile il 7 luglio 1957, in Copa Roca, contro l’Argentina al Maracana di Rio de Janeiro, ad appena 16 anni e 9 mesi.

Aveva il numero 13 sulle spalle e nessun timore reverenziale.
Pelé riuscì a segnare al debutto. Il mondiale si giocò l’anno successivo e il tecnico Vicente Feola non potè fare a meno di lui. Il 24 maggio 1958 Pelè salì per la prima volta su un aereo. E cominciò realmente a prendere il volo.

Ai quarti di finale c’era il forte Galles. Lo zero a zero durò 66 minuti, poi la palla arrivò a Pelé al centro dell’area di rigore, spalle alla porta.

Perfetto lo stop di petto; il tocco con cui si girò e si liberò dell’avversario fu geniale. Forte e imparabile il destro al volo nell’angolino basso. Uno a zero. Il Brasile era in semifinale!
Disse a tal proposito il campione:“Questo per me è il gol indimenticabile perché mi diede la spinta decisiva. Quel giorno il mondo seppe chi era Pelé”. Successe a Göteborg.

La vittoria al Mondiale fu del Brasile.
I verdeoro diventarono campioni del mondo per la prima volta. Il bambino di Bauru, diventato 17enne, aveva mantenuto la promessa fatta al babbo.

Pelè diventò il simbolo di un paese. Tre titoli mondiali vinti, innumerevoli goal, una classe e uno stile unici. Solo lui sapeva dialogare con la palla e con gli avversari con eccezionale maestria.

Calciatore del Secolo per la Fifa, per il Comitato Olimpico Internazionale e per l’International Federation History & Statistics, Pallone d’Oro Fifa del secolo e anche onorario, 1281 reti in 1363 partite.
Quell’uomo è anche Patrimonio storico-sportivo dell’umanità.

Pelé ha giocato a calcio per ventidue anni e durante quel periodo ha promosso l’amicizia e la fraternità mondiali più di qualunque ambasciatore.

Protagonista di film, autobiografie, diversi documentari, firmò anche una legge come ministro contro la corruzione nel calcio brasiliano. Pelé da anni lotta per l’educazione dei giovani contro l’uso di sostanze stupefacenti, contro le discriminazioni razziali e sessuali dentro e fuori gli stadi.

Da professionista, Pelè ha giocato solamente con due maglie, quella del Santos e quella dei New York Cosmos.

Negli anni ’60, sia l’avvocato Agnelli sia Angelo Moratti provarono a portarlo in Italia mostrandogli assegni in bianco su cui lui stesso avrebbe potuto scrivere una cifra. La tentazione c’era, ma le speranze di Juventus e Inter andarono perdute perché un decreto del Governo brasiliano vietò l’esportazione di quello che in quel momento era il bene più prezioso esistente sul territorio nazionale: Pelè.

Ha sempre giocato per passione, Pelè. Spesso i suoi amici fidati gli hanno prosciugato il conto, ma lui ha sempre ricominciato.

A 35 anni il campione accettò l’offerta dei New York Cosmos. Era la prima ondata del “soccer”, che stava provando a conquistare gli yankees e a ritagliarsi uno spazio tra basket, football, baseball e hockey.

Pelè arricchì si fermò per tre stagioni e portò i Cosmos, che erano una specie di Dream Team formato da campioni sul viale del tramonto, al titolo americano nel 1977. Poco dopo diede l’addio praticamente definitivo all’attività agonistica con una partita-tributo (Cosmos-Santos) al Giants Stadium di New York davanti a 75000 spettatori adoranti.

Di donne ne ha avute tante, molte bionde. Ne ha sposate tre. La prima, Rosemeri dos Reis Cholbi, gli ha dato tre figli: Edson, Kelly Cristina e Jennifer.

Il matrimonio con Rosemeri è durato dal 1966 al 1978. Dopo una quindicina d’anni di spirito libero e indipendente (molto pubblicizzata la sua storia d’amore nel 1990 con miss Brasile Flavia Cavalcanti), nel 1994 è arrivato il secondo matrimonio con la cantante gospel-religiosa Assiria Nascimento, con altri due figli: Joshua e Celeste.

Nel 2010 ha iniziato la relazione con Marcia Aoki, imprenditrice di origine giapponese di 33 anni più giovane rispetto a lui, sposata nel 2016 a 75 anni d’età.

A 80 anni Pelè rimane un fenomeno. Auguri da tutti noi alla leggenda del calcio internazionale.

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