Bonus cultura, la Dote 18 che esiste da 5 anni. Che fine ha fatto?

Una dote, i neomaggiorenni, in realtà già ce l'hanno. Si tratta del bonus cultura, arrivato quest'anno alla sua quinta edizione.

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bonus cultura

La parola dote, in queste ultime settimane, ha preso un significato straordinario per i neomaggiorenni (speriamo). Hanno sfiorato, infatti, la possibilità di ricevere ben 10 mila euro dallo Stato, un regalino da niente. Dico sfiorato perché il premier Mario Draghi ha fin da subito rispedito al mittente la proposta avanzata da Enrico Letta, sottosegretario del PD. Un solo limite nell’uso della dote: spenderli nell’accrescimento del proprio bagaglio culturale, utilizzandoli per vacanze studio, erasmus, affitti e tutto ciò che concorra al contrasto della povertà intellettuale.

Non vi suona famigliare? A me si, visto che ho finito di spenderli solo qualche anno fa. Parlo del bonus cultura, la proposta tanto promossa da un altro del PD, Matteo Renzi, quando ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio. Lui, alla fine, ce l’ha fatta. È riuscito a donare ben 500 euro ad ogni neomaggiorenne da spendere in libri, corsi musica e concerti.

Ora, arrivati al compimento del quinto anno di età del bonus cultura, possiamo guardare i dati e provare a tirare qualche riflessione. Sono circa 1.6 milioni i giovani iscritti e i fondi spesi in cultura hanno superato 730 milioni (dati QuiFinanza). In termini assoluti, perciò, sembra non essere andata così male la campagna di intellettualizzazione dei neodiciottenni. Ma, in realtà, più di un ragazzo su tre non accede al bonus. Che sia per la poca informazione, per mancanza di bisogno oppure per la volontà di non utilizzarlo, la manovra potrebbe essere calibrata meglio.

Vediamo come.

In primo luogo, ora è destinato a tutti, soldi a pioggia in pratica. Non sarebbe più opportuno renderlo disponibile solamente per i nuclei famigliari con reddito inferiore ai 40 mila euro (magari aumentandone anche l’importo)? Così facendo si innalzerebbe di molto la soglia di utilizzo e i fondi stanziati verrebbero immessi per la quasi totalità nel mercato.

Punto due: la modalità di accesso. Quando l’ho ricevuto io, erano gli albori dello SPID e nemmeno i dipendenti delle Poste Italiane (dove mi sono recato per attivarlo) sapevano come funzionasse. Ora sembra che la procedura sia diventata più efficiente. Ma sono convinto che anche una semplificazione in questo senso aumenterebbe la percentuale di adesione (un ipotesi senza pensarci su troppo: riconoscimento dei dati biometrici).

Terzo e ultimo punto: la lentezza burocratica e procedurale dello stanziamento dei fondi. Ogni anno, il bonus viene rifinanziato con la legge di Bilancio. Ma per partire veramente serve sempre un decreto attuativo della Presidenza del Consiglio. Tutto ciò ha scaturito un ritardo nell’arrivo dei fondi. Quest’anno, ad esempio, i ragazzi nati nel 2002 (diciottenni nel 2020) hanno potuto accedere ai fondi solo da Aprile 2021, quasi quattro mesi di ritardo.

Il bonus cultura è valido. Ma ricalibrarne il contenuto è fondamentale per far sì che l’intero importo dei fondi stanziati finisca nel settore a cui è destinato. Aumentare la percentuale di adesione è cruciale, poiché librerie, cinema, teatri e anche le scuole contano sul bonus anche più dei ragazzi. Ne va anche della loro sopravvivenza.

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