Bullicame: ma Dante le trovò davvero le peccatrici?

Lo storico della città Giovanni Faperdue ci commenta un'episodio della Divina Commedia.

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Nel Canto XIV dell’Inferno della Divina Commedia, quando Dante affida una delle sue metafore al Bullicame, in alcune versioni dell’opera è citato il termine “peccatrici”, mentre in altre c’è quello di “pettatrici”. La difformità è da attribuire certamente a un errore di copiatura. Oggi, a distanza di sette secoli, è difficile stabilire quale tra i due, sia il termine esatto usato da Dante Alighieri.

Mentre per il sostantivo peccatrici riteniamo superflua qualsiasi spiegazione, poiché il Poeta si riferisce a donne che esercitano l’arte più antica del mondo, per l’altro termine “pettatrici”, che ha anche una certa assonanza con il primo, è importante spiegare il significato. Le pettatrici erano le villiche che curavano la macerazione, l’imbianchimento, la battitura e infine la pettinatura delle fibre di canapa, per farne matasse adatte al trasporto e al commercio. La storia del nostro passato ci dice che Viterbo, nel medioevo poteva vantare un commercio ricco e primario delle fibre di canapa.

Infatti, il candore della qualità che si produceva dalle nostre parti, eguagliava e talvolta superava quella dell’eccellente qualità, prodotta e venduta a Napoli. Quel vegetale che quando arriva a maturazione, ha un culmo alto più di due metri, era tagliato e legato in fasci e poi immerso nelle acque delle pozze sulfuree, per curarne la macerazione e l’imbianchimento. Dopo il bagno si lasciava asciugare al sole e poi era battuto fino a quando dalle canne si staccavano fasci di bianca e lucente fibra. Tutto questo lavoro, in verità assai pesante, era fatto dalle pettatrici.

Ora però, tornando a Dante ed ai suoi versi, siccome il Sommo Poeta cita testualmente “…che parton poi tra lor le pettatrici …” c’è da supporre che queste villiche, oltre ai lavori manuali di cura dei fasci, si occupassero anche di gestire il flusso continuo delle acque, per riempire le pozze e prepararle all’immersione del vegetale. Siccome questi grossi mazzi di canapa da macerare, erano in numero considerevole, erano necessarie tante piccole piscine, per lo sbianchimento. Infatti, la macerazione dei fasci di canapa avveniva nelle piscinette di acqua sulfurea, dove era immerso e tenuto accuratamente sul fondo, con l’aiuto di grosse pietre. Se nel Canto XIV appena citato, al posto del termine pettatrici, poniamo quello di peccatrici, ci accorgiamo meravigliati, che anche per loro possono esserci altrettanti buoni motivi di presenza, presso la storica fonte.

Infatti, anche nel caso delle peccatrici, l’acqua del Bullicame era da dividere tra loro, perché quel liquido terapeutico rappresentava un presidio medico naturale, indispensabile. Recenti studi medici hanno affermato le alte qualità terapeutiche dell’acqua del Bullicame, sull’apparato genitale femminile. Michele de Montaigne nel suo libro “Giornale di Viaggio in Italia”, riferisce di un proverbio ascoltato da queste parti tra i frequentatori dei bagni: “Chi vuol che la sua femmina impregni/mandila ai bagni e non ci vegni”. A una lettura superficiale del motto potrebbe sembrare una battuta boccaccesca, ma un’analisi attenta e approfondita del proverbio ci fa capire che non è così. Infatti, mentre l’acqua del Bullicame ha poteri disinfettanti di prim’ordine per l’apparato genitale femminile, per gli uomini il discorso cambia radicalmente, perché il calore dell’acqua agisce da inibitore sulle capacità fecondative degli spermatozoi. Quindi le peccatrici trovano giustificazione alla stessa stregua delle pettatrici.

Per capire meglio l’importanza dell’avere a disposizione l’acqua del Bullicame, dobbiamo per un attimo, riportarci alla scienza medica del medioevo. In quei tempi i papi che potevano farsi assistere dai medici più rinomati, erano curati con salassi e talvolta anche con medicinali empirici, ricavati dallo sterco di piccione, essiccato e triturato. Con l’acqua del Bullicame, le “nostre” peccatrici, senza spendere un solo centesimo, avevano a disposizione un rimedio sovrano, con gli effetti di una panacea universale, per quello che più premeva loro: l’igiene e la salute intima.

A dare maggior conforto all’uso del sostantivo “peccatrici”, è da segnalare che nel 1469, c’è un editto del Comune di Viterbo che ordina: “Che nessuna meretrice ardisca né presuma da hora nanze de bagnarse in alcun bagno dove sieno consuete bagnarse le citadine viterbese, ma si vogliono bagnarse vadino dicte meretrici, nel bagno del Bullicame, sotto pena d’un ducato d’oro e quattro tracte de corda.”

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