Canta che ti passa…I viterbesi e gli italiani si ritrovano, distanti ma uniti, a cantare il proprio Inno

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“E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento”.

Questa poesia fu scritta da Salvatore Quasimodo nel 1945, durante l’occupazione nazista e pubblicata nella raccolta “Giorno dopo giorno”.

Oggi, che si sta combattendo questa strana guerra contro il coronavirus, gli italiani invece cantano.
Hanno voglia di ritrovarsi, di sentirsi uniti e di cantare. Ieri, alle 18, tantissimi connazionali hanno intonato l’Inno nazionale dai balconi di casa, esponendo tricolori e bandiere con arcobaleni a dire: ” Ce la faremo!” A Viterbo c’è chi ha diffuso anche le note dell’Inno dei Facchini di Santa Rosa, testimonianza di fede verso la Santa viterbese, di unione dei concittadini e di speranza per una rinascita. “Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro e lungo” intonano alcuni, sulla musica di Celentano, dalle proprie abitazioni.

Cantare, come intendeva Quasimodo, vuol dire anche fare poesia. Quante liriche sono già state scritte in queste tristi e lunghe giornate di solitudine.

“Libera i tuoi versi ” di Montopoli Sabino pubblica, ogni giorno, sulla sua pagina Facebook, una poesia.
Il 21 marzo entrerà la primavera e sarà la festa di Alda Merini e della poesia. Sarebbe bello dedicare alcuni versi a chi in questo momento si batte per aiutare chi è stato colpito dal coronavirus e chi è in difficoltà.

“Canta che ti passa”…recita un famoso proverbio. Speriamo con tutto il cuore che sia così.

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