Caporalato nei boschi di Acquapendente, i tre immigrati testimonieranno il 16 marzo

Il processo per sfruttamento è a carico del 59enne falegname Claudio Spiti: “Sono innocente”

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tribunale

Tre immigrati vittime dello sfruttamento, il 16 marzo prossimo testimonieranno contro il loro ex datore di lavoro. E’ la vicenda del caporalato nei boschi di Acquapendente, con un imprenditore locale che fu arrestato lo scorso 23 settembre con un’accusa pesante: per la procura il 59enne Claudio Spiti avrebbe fatto lavorare per un anno, sfruttandoli, tre migranti del vicino centro d’accoglienza: per questo il taglialegna è agli arresti domiciliari. Secondo le denunce delle presunte vittime, il piccolo imprenditore li pagava dai 150 ai 200 euro al mese per oltre 10 ore di lavoro quotidiane nei boschi, in condizioni precarie e in assenza di sicurezza sul lavoro. I carabinieri di San Lorenzo nuovo lo hanno arrestato nel quadro di un’operazione investigativa coordinata dalla compagnia dei carabinieri di Montefiascone comandati dal capitano Antonino Zangla.

L’accusato gestisce una falegnameria ad Acquapendente. I fatti oggetto di indagine vanno dal luglio 2018 al giugno di quest’anno. Per la procura (si occupano dell’indagine il procuratore capo Paolo Auriemma e il sostituto Massimiliano Siddi) i tre avevano estremo bisogno di lavorare, e per questo sono stati sfruttati dall’imprenditore.
I richiedenti asilo d’origine africana si sono costituiti parti civili contro il datore di lavoro. Li assiste l’avvocato Carlo Mezzetti. A difendere l’imputato, invece, è l’avvocato Enrico Valentini, che chiede la revoca della misura per Spiti.

Le tre persone offese si sono costituite parti civili davanti al giudice Elisabetta Massini, che per il 16 marzo prossimo ha disposto l’ascolto di tutti i testimoni del pubblico ministero Massimiliano Siddi, titolare delle indagini che si sono aperte nel gennaio 2019, con la denuncia dei tre presunti boscaioli sfruttati.

Spiti ha sempre rigettato le accuse a suo carico. “Il mio assistito ha spiegato al giudice che dava ai tre circa 1500 euro al mese – dice l’avvocato Valentini -, e li pagava settimana per settimana, a volte anche giorno per giorno, venendo incontro il più possibile ai loro bisogni. Le buste paga ammontavano a circa 850 euro in quanto questi lavoratori a volte lavoravano 10 giorni, 15 giorni; alcune volte non andavano neanche al lavoro. Insomma, siamo di fronte a un fraintendimento”. L’avvocato ribadisce ciò che aveva detto all’indomani dell’arresto: “Tutto il paese di Acquapendente è pronto a testimoniare per il mio assistito. Sono pronti a dire alla magistratura che la mattina l’imprenditore li andava a prendere al bar, e pagava loro la colazione, prima di andare a lavorare”.

L’avvocato contesta anche la versione dei tre che hanno denunciato di lavorare più ore di quanto dovuto: “Gli orari di lavoro non erano quelli di cui hanno parlato gli accusatori: come si fa a dire che stavano dentro al bosco dalle 6 di mattina fino alle 18? D’inverno a quell’ora è buio, come avrebbero potuto lavorare in quelle condizioni?”.

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