Caso Arcuri, le “menzogne” dell’indagato Landolfi

Le menzogne di Andrea Landolfi riportate nell'ordinanza del riesame. C’è scritto anche questo nella sentenza del tribunale del riesame di Roma, che ha bocciato quella del gip di Viterbo

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I giudici del riesame smontano la sentenza del gip di Viterbo che aveva bocciato l’istanza di carcerazione del pm

Le menzogne di Andrea Landolfi riportate nell’ordinanza del riesame. C’è scritto anche questo nella sentenza del tribunale del riesame di Roma, che ha bocciato quella del gip di Viterbo. Il quale, a sua volta, aveva respinto la richiesta della procura del capoluogo di mettere in carcere l’unico indagato per l’omicidio di Maria Sestina Arcuri: il fidanzato Landolfi. L’ordinanza del collegio del tribunale di Roma – sezione per il riesame dei provvedimenti restrittivi della libertà personale – è chiara: l’appello del pm Franco Pacifici è accettato con formula piena. Pacifici è ricorso ai tre giudici del riesame (presidente Bruno Azzolini, Maria Agrimi e Maria Viscito) contro l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari Francesco Rigato. Il quale il 15 aprile 2019 aveva rigettato “la richiesta di applicazione della misura cautelare del carcere nei confronti di Andrea Landolfi Cudia, in relazione al delitto di omicidio volontario aggravato ai danni di Maria Sestina Arcuri, come da imputazione”.

Per il tribunale romano il gip di Viterbo “ha motivato la propria ordinanza di rigetto sostanzialmente sostenendo che Maria Sestina Arcuri riportò le gravi lesioni che condussero a morte a seguito di una caduta accidentale ed escludendo, quindi, che gli atti d’indagine offrano elementi per affermare che la caduta fu causata da un atto volontario dell’indagato. Il quale, secondo il primo giudice (Rigato, ndr), non spinse né tantomeno ‘lanciò’ la giovane donna”. Per il gip di Viterbo emergono “chiari elementi da cui si evince che il tragico evento che ha portato al decesso della Arcuri ebbe causa accidentale, potendosi escludere che Landolfi abbia voluto determinare la morte della compagna”. È proprio questo passaggio che il riesame ha smontato. Pezzo per pezzo.

Infatti, i tre giudici romani dicono che “il gip è pervenuto a tale conclusione operando una ricostruzione dei fatti parziale e, sotto molti aspetti, certamente errata”. Inoltre, per il riesame il gip ha fornito “un’interpretazione delle evenienze istruttorie provenienti da dichiarazioni dei testimoni, dalle intercettazioni e dalle consulenze tecniche disposte dal pm, sempre e comunque orientata a favore dell’indagato anche a fronte di oggettivi elementi indiziari di segno opposto”.

Le menzogne di Landolfi. Uno dei passaggi dell’ordinanza del riesame è quando i tre giudici dicono che “Landolfi ha certamente mentito con riguardo all’atmosfera idilliaca e serena che vi sarebbe stata tra i due (lui e la Arcuri, ndr) al momento dell’evento che qualifica come incidente”. Landolfi sarebbe “in ciò contraddetto in maniera evidente da numerosissimi elementi di fatto”.

Altra menzogna: “Circa il momento in cui si è verificata la caduta rispetto alla richiesta di intervento dell’ambulanza (è pacifico che la Arcuri ebbe a subire le lesioni alcune ore prima di detta richiesta di intervento da parte dell’indagato)”.

I giudici scrivono ancora: “La falsità della versione offerta da Landolfi è, però, maggiore soprattutto con riferimento alla dinamica della caduta. Secondo l’indagato, infatti, la caduta sulle scale sarebbe stata accidentale e i due corpi avvinghiati sarebbero ‘ruzzolati giù fino al piano sottostante’ sbattendo sui gradini”. Per i tre giudici, “appare evidente che i due fidanzati non avrebbero potuto ‘ruzzolare’ fino al punto di arresto indicato da Landolfi in considerazione di un elemento di fatto oggettivo e dal quale non si può prescindere: le scale, dopo la prima rampa, formano un angolo a 90 gradi che avrebbe con certezza impedito la prosecuzione di due corpi in caduta (…)”.

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