Che succede alla Germania?

L’economia in frenata, i treni in ritardo, l’ultima miniera che chiude. E Frau Angela scopre che le mancano oltre un milione di immigrati. E apre le frontiere agli extracomunitari. Potranno restare 200 mila rifugiati le cui domande d’asilo sono state già respinte

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Sta attraversando un periodaccio la “Grande Germania”, tradizionale locomotiva d’Europa in vistosa frenata dalla primavera scorsa dopo nove anni di crescita ininterrotta. Una tegola dopo l’altra sulle sicurezze dei tedeschi, abituati a guardare avanti e a marciare compatti. Ma, adesso… Non bastavano il calo della produzione industriale, la revisione in netto ribasso delle stime di crescita del PIL, i tormenti dell’industria automobilistica, il sostanziale blocco di stipendi e salari, l’impoverimento di larga parte della popolazione che fa da “pendant” a un sistema fiscale che favorisce smaccatamente i ricchi, il sempre più massiccio ricorso ai sussidi statali.

A dimostrazione che qualcosa di profondo si è rotto nel meccanismo, a lungo impeccabile, della proverbiale efficienza teutonica arriva – come se piovesse – la notizia delle dissestate condizioni della compagnia ferroviaria nazionale, la tetragona “Deutsche Bahn”, fino a qualche mese fa sbandierata icona della perfezione germanica. Da un po’ di tempo a questa parte – i media l’hanno denunciato preoccupati, ottenendo non più di reticenti e imbarazzate repliche – una sfilza di scioperi, cancellazioni di treni e ritardi con annesse proteste. Frutto avvelenato di una rete infrastrutturale invecchiata e bisognosa di interventi che non vengono programmati. E sgorgano lacrime amare per la funerea serrata – nell’impoverita Ruhr, che fu motore e orgoglio della rinascita postbellica – dell’ultima miniera di carbone ancora operante. Tremila posti di lavori in fumo e fine di un’epoca eroica.

Nel bel mezzo di tali inconsueti disastri, la distratta e indebolita Frau Angela – che ha ceduto lo scettro del partitone democristiano a una fedelissima e si gioca alle europee di maggio il destino suo e della deperita Grosse Koalition con i socialdemocratici (in picchiata) – è venuta a scoprire che per far ripartire l’inceppata economia tedesca occorre in fretta e furia una potente immissione di braccia. Dopo tanti proclami e inni alle frontiere chiuse ai confini sud e a quelli con Polonia e Ungheria, dopo aver drammaticamente sfiorato la crisi di governo con il “falco” alfiere della linea dura – leader bavarese e ministro dell’Interno – Horst Seehofer, dopo aver maldestramente tentato di rispedirci in Italia alcune decine di migliaia di disperati approdati sulle nostre coste e poi saliti al nord, di nuovo – come se niente fosse – tornano le porte spalancate (come nell’era funesta della marea dei siriani, 2015-2016) agli extracomunitari, rifugiati o migranti economici che siano. Ne servono un milione e 200 mila, mica pochi, per colmare i vuoti creatisi – sull’onda del decremento demografico e della bassa disoccupazione – nei comparti della meccanica, dei trasporti e dei servizi, sanitari e per gli anziani, oltre che in mestieri ormai “rari” ma ultra-richiesti: idraulico, elettricista, falegname. Lavori che i locali non svolgono da lustri e che gli immigrati dall’Est Europa – tutt’altro che incoraggiati ad entrare in Germania, anzi ostacolati – non sono più sufficienti a coprire.

Il piano-colabrodo elaborato dalla cancelliera e dal suo ministro dell’Economia Peter Altmaier – “nel nome del supremo interesse nazionale”, si sbracciano a ripetere i due per giustificare il disco verde alle perentorie richieste delle imprese, soprattutto della grande industria – rende più facile agli extraeuropei, un gioco da ragazzi, sia arrivare che protrarre la permanenza nel paese.

Primo punto: i migranti con bassa o media specializzazione potranno tranquillamente restare sei mesi in Germania per cercare lavoro, a patto che siano in grado di mantenersi e che mastichino qualche parolina di tedesco. Un’opportunità – questa – finora riservata solo a professionisti di alto livello: medici, ingegneri, informatici, accademici. Secondo punto, quello su cui l’arrembante destra di AFD e lo stesso Seehofer avanzano le più forti perplessità: i 200 mila rifugiati la cui domanda d’asilo è stata già respinta, ma che sono “tollerati” perché – per vari motivi procedurali – non possono essere espulsi facilmente, potranno ottenere un permesso di lavoro di 30 mesi se in precedenza hanno già prestato la loro opera per 18 mesi. Scaduto questo periodo – e qualora abbiano più propriamente appreso il tedesco – potranno acquisire il diritto di soggiorno permanente.

Toccherà al Parlamento pronunciarsi sull’ultimo capolavoro della quattro volte cancelliera, che dalle disfatte elettorali sembra avere imparato poco o niente.

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