Cimina, una storica strada diventata un rischio giornaliero per gli automobilisti

Dalla ripida salita dopo S. Maria in Gradi, la strada si snoda verso le colline che circondano Viterbo nel lato sud.

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Per i viterbesi la “Cimina”, vero nome S.P. n.1, è sempre stata considerata la strada delle gite, delle scampagnate e della tradizionale “poggiata” di Pasquetta. Dalla ripida salita dopo S. Maria in Gradi, la strada si snoda verso le colline che circondano Viterbo nel lato sud.

Dopo le curve del “Barco”, ecco a sinistra il monte Palanzana, sembra toccarne l’ombrosa cima coperta da verdi lecci. Poi, uno spiazzo. Li c’era la storica locanda della “Bronca”, un’anziana signora lesa ad un braccio (dal che il nomignolo che poi ha dato il nome alla località) che l’ha gestita sino agli 40 del secolo scorso. I prati, cd.del Grottone prima dell’odierno impianto ortofrutticolo, erano i preferiti dagli innamorati che facevano “camporella”.

Ancora più su, il bivio di San Martino. Da qui si va al fontanile di Fiescoli dove sgorga ancora l’acqua potabile celebrata a Viterbo.

Non c’è viterbese che non abbia percorso la “Cimina” per esercitarsi alla guida dopo il “foglio rosa”. Il suo percorso, variato, è stata la scuola guida di tutti. Sin dagli anni 30 sulla “Cimina” si disputava la gara automobilistica nazionale. Le sue ampie curve e i suoi rettilinei in salita sono tutt’ora ritenuti non inferiori ad un vero autodromo.

Prima di arrivare al “passo montagna”, alla curva della Cantoniera si può godere il panorama dell’intera media valle del Tevere e lo sguardo arriva a far vedere gli innevati monti Vettore, Terminillo e Velino.

Ma oggi ?

Essendo “obbligati” a percorrere questa bella strada di montagna adatta al turismo, non per viaggi “d’affari” ma bensì per andare e tornare a Roma, il traffico si è centuplicato in pochi anni e di conseguenza ha provocato i relativi pericoli.

Il suo tracciato, probabilmente invariato dai tempi dei Consoli romani che conquistarono la Tuscia (200 anni prima di Cristo), ha subito miglioramenti che l’hanno resa pericolosa.

Alcune cause della pericolosità sono l’ampliamento della carreggiata e alcuni raggi di curva modificati per via dei lavori su un tracciato antico  che consentono l’aumento di velocità, quindi possibilità di incidenti.

Non vi è purtroppo settimana che sulla “Cimina” non si registri un incidente “importante” (l’ultimo sabato mattina scorsa), quasi un morto al mese di media. Un’assurdità.

L’enorme mole di traffico da e verso Roma, e da alcuni importanti centri circumcimini collegati dalla storica via “Cimina”, non possono essere supportati per un’arteria disegnata a suo tempo per i carretti, forse neanche le “diligenze” che certo non amavano le strade in salita, peggio le discese.

Ma, oltre la pericolosità intrinseca – causa volume di traffico tra auto e moto ed anche di autotreni e autobus di linea CO.TRAL –  vi è una colpevole disattenzione nei lavori durante gli anni.

La totale mancanza di adeguamento della segnaletica verticale e di barriere “guard rail” ha provocato notevoli danni  e incidenti dovuti a frequenti nebbie, precipitazione nevose per non parlare del ghiaccio, vere trappole anche per un esperto automobilista.

Non certo vogliamo scoraggiare qualcuno a prendere la “Cimina” per andare a Roma, anche per non negare a nessuno di godersi il panorama della Valle del Tevere e del Lago di Vico, ma di sicuro lanciare un “avviso ai naviganti”  per i rischi che si corrono percorrendola.

I tempi cambiano.

Da strada che i Viterbesi percorrevano per godersi una gita nei boschi e al Lago di Vico, è oggi divenuta un percorso di guerra.

 

 

 

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