Civita di Bagnoregio: il giacimento verde della Tuscia

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L’anno del Covid ha raggiunto il suo picco ed è giunto il tempo di guardare non più soltanto all’ostacolo ma anche a quello che c’è al di là dell’ostacolo. Come l’economista-filosofo francese Jacques Attali, è necessario cominciare a scrivere la “breve storia del futuro” della Tuscia.
Le cifre raccontano storie di imponenza: la sola Civita di Bagnoregio è in grado di suggestionare un flusso dell’ordine del milione di presenze; sarà capace il sistema ricettivo proliferato intorno all’antico gioiello alto-laziale di riallacciare il filo interrotto e dare soddisfazione a tale siffatta domanda di bellezza, di storia e di ambiente? È del tutto evidente che una siffatta domanda è mal posta; la domanda corretta è un’altra: sarà capace il “sistema Tuscia” di scalare le graduatorie delle attrazioni mondiali?
Una domanda così riformulata permette di individuare almeno cinque direzioni di sviluppo.

Primo: il consolidamento idro-geologico; secondo: integrare il circuito turistico di Civita con quello dell’intera Tuscia e dell’Orvietano; terzo: potenziare la rete delle infrastrutture e dei servizi di accoglienza; quarto: promuovere il passaggio da turismo giornaliero a turismo residenziale; quinto: sviluppare l’interazione del movimento turistico con i bioritmi dell’economia locale.
Ma queste cinque direttrici non serviranno a nulla se non si terrà conto della matrice unificante: Civita “luogo dell’anima”. Civita non è stata destinata a divenire la Disneyland della Tuscia.

Perché questo non succeda è necessario seguire l’intuizione di Bonaventura Tecchi: “La città che muore”. Tecchi era uno scrittore dotato di rara “intelligenza delle cose”; per Tecchi “città” vale per “civitas”, ossia la dimensione di un’umanità che cresce e si sviluppa nel solco di un’identità e il verbo “muore” non coincide affatto con la morte biologica, quella del nulla e dell’abbandono; ha a che vedere piuttosto con quella particolare rarefazione che si riscontra in ciò che nella storia dell’arte si definisce “natura morta”, ossia la rappresentazione di oggetti concreti, naturali e quotidiani colti tuttavia in uno scenario di lirica sospensione del tempo e dello spazio.
Crescere; ma crescere nel segno di Bonaventura Tecchi.

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