Civita di Bagnoregio, il giacimento verde della Tuscia

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Fila di turisti al ponte di Civita di Bagnoregio

Archiviato il capitolo elezioni, Bagnoregio si prepara ad affrontare l’ondata turistica dell’estate 2019. Le cifre sono imponenti: si parla di flussi dell’ordine del milione di presenze; sarà in grado il sistema ricettivo proliferato intorno al gioiello alto-laziale di intercettare e soddisfare la domanda di tale siffatta mole turistica? La risposta a questa domanda si pone su due piani distinti e complementari. Il primo è quello di “fare sistema”, obiettivo che a sua volta implica almeno cinque direttrici d’intervento: il consolidamento idro-geologico; integrare il circuito turistico di Civita con quello della Tuscia e dell’Orvietano; potenziare la rete delle infrastrutture e dei servizi di accoglienza; promuovere il passaggio da turismo giornaliero a turismo residenziale; sviluppare l’interazione del movimento turistico con i bioritmi dell’economia locale. Il secondo piano, che non è in opposizione ma dovrebbe funzionare quale regolatore del primo, è quello di mantenere la vocazione di Civita “luogo dell’anima”. L’intuizione, attribuita al grande scrittore locale Bonaventura Tecchi, “La città che muore”, non coincide affatto con il comune senso di precarietà del borgo. Tecchi era uno scrittore dotato di una sensibilità governata da diversi codici interpretativi ed emozionali che meritano di essere richiamati. Per Tecchi “città” (non il “paese”) è la “civitas” classica e “muore” non vuol dire affatto morte ma un “altrove” che si percepisce chiaramente soltanto attraversando il ponte. Per Tecchi “muore” ha un significato non molto diverso dal format che in pittura è definito “natura morta”, ossia la rappresentazione di oggetti concreti, naturali e quotidiani in uno scenario che tuttavia rimanda ad un altrove lontano. “Civitas” e “muore” in Tecchi sono i termini di una metafora che i contemporanei sono chiamati ad onorare.

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