Un autografo spartiacque per l’inferno. Detta così, sembra fantasia, e invece non lo è nell’America dove le carabine della censura sono pronte a far fuoco su Donald Tump ad ogni passo. Venerdì, il Presidente degli Stati Uniti, assieme alla First Lady Melania, è andato a far visita agli sfollati dell’uragano dell’Alabama, che ha causato ventitré morti. Durante l’incontro con le famiglie che soffrono per la calamità, i soccorritori e il volontari, ha lasciato il suo autografo su gadget tipo magliette e cappellini, ma anche su alcune Bibbie, soddisfacendo la richiesta di parecchi fedeli in una chiesa. Alcune di esse, peraltro, gli erano state portate da un gruppo di bambini.

Ovviamente si è scatenata la gragnuola degli strali, che hanno mirato anche su un aspetto particolare, ossia che il Presidente ha apposto la sua firma sulla copertina, e non nella prima pagina interna. Se Trump l’ abbia fatto di proposito, magari intento in un braccio di ferro personale con l’Altissimo, oppure sovrappensiero, questo lo sa soltanto lui, e ne renderà conto al Buon Dio. Ma intanto qualcuno ha pensato bene di fare le veci di quest’ultimo. Non il Papa, in questo caso, ma ad esempio Peter Daou, già consigliere di Hillary Clinton, che sui social ha lanciato il suo anatema, osservando: “L’ uomo le cui politiche disumane stanno violando gli insegnamenti di Gesù, firma le Bibbie”. Un docente evangelico al Weathon College ha definito l’autografo della discordia “blasfemo” in un’intervista al Washington Post.  Il Boston Globe addirittura scomoda una grafologa, che dalla firma apposta sul libro sacro arguisce come il Presidente non ammetta “spazio per nessun altro” e non abbia “alcun interesse per le opinioni altrui”. Eccolo, svelato l’arcano. Scansati Dio, che ci sono io. A prescindere di chi intaglia la cronaca con il coltellino della censura morale, c’è anche chi ha assolto il gesto del Presidente. Hershael York, della Scuola Teologica di Lousville, in Kentucky, non vede nella firma nulla di male considerando che la cosa gli è stata chiesta dagli stessi fedeli. “Anche se non abbiamo una fede nazionale –ha detto all’Ap – c’è fede nella nazione, e dunque non deve sorprendere che i politici firmino Bibbie”. Bill Leonard, docente all’Università di Teologia Wake Foster, Carolina del Sud, ha affermato che firmare Bibbie è una tradizione in molte chiese del Sud del Paese, e sarebbe stato riprovevole se il Presidente l’avesse fatto in una manifestazione politica, ma non è questo il caso.

Di nuovo il Post ha interpellato il curatore dei testi religiosi della Smithsonian Institution, il quale ha spiegato come già altri presidenti firmavano Bibbie, da Reagan a George W. Bush a Obama. Obama, appunto. Le cronache che esaltavano la sua seconda cerimonia di insediamento, nel 2013, raccontarono di un suo giuramento prestato su due Bibbie, una era di Abramo Lincoln, e l’altra di Martin Luther King. Su quest’ultima lasciò la sua firma, proprio su richiesta della famiglia del reverendo. Ma nessuno nell’universo liberal, quella volta, si azzardò a fiatare.

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