Colf e badanti sono state lasciate sole nell’epidemia: due storie amare

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Fino a poco tempo fa María Victoria usciva di casa al mattino con sette mazzi di chiavi nella borsa, il suo e quelli di altri sei appartamenti a Roma. Sette giorni su sette andava da una signora fino a pranzo, poi prendeva autobus, metropolitana o tram, e raggiungeva le altre case. Qualcuna era a San Lorenzo, vicino alla stazione Termini, e qualcun’altra tra San Pietro e il Gianicolo, dall’altra parte della città. In ognuna faceva le pulizie, metteva in ordine e stirava se ce n’era bisogno. Tutto questo fino a che l’epidemia di coronavirus non è peggiorata e il governo ha approvato una serie di provvedimenti per limitare gli spostamenti, vietare gli assembramenti e chiudere ogni attività non necessaria. Le persone si sono chiuse in casa, le strade si sono svuotate e lei è rimasta senza lavoro, senza ammortizzatori sociali e senza l’anonimato della folla che le permetteva di evitare di essere fermata e trovata senza documenti per restare in Italia.

 

“Sono arrivata in Italia nel febbraio 2019 e ho sempre lavorato, amo il mio lavoro e le persone con cui collaboro, ma ora ho paura”, dice María Victoria, che ha preferito raccontare la sua storia usando un nome di fantasia. La donna vive con la madre e come tutti non sa come andranno le cose. Qualcuna delle persone per cui lavorava sta continuando a pagarla, qualcun’altra le ha detto che troveranno il modo di recuperare i soldi persi in queste settimane, quando le cose torneranno normali, magari pagandola di più. Ma per ora, la sintesi che lei fa è questa: “Niente lavoro, niente soldi, niente permesso di soggiorno: è dura”.

 

Zmarzla è nata in Polonia, ha 45 anni e vive in Italia da 23. Negli ultimi venti si è occupata di una coppia di anziani, poi i due coniugi sono morti e ora lavora a casa di una signora di novant’anni a Montebello, una frazione di Perugia. “Io vivo a Ponte San Giovanni, per arrivarci ci vorrebbero dieci minuti in macchina, ma non ce l’ho. Ho sempre preso gli autobus, che passavano spesso, ma ora molte corse sono state tagliate e aspetto anche per ore”, racconta. “Tra l’altro, sono spesso l’unica passeggera, non c’è più nessuno in giro”. Lei gli autobus deve prenderli perché non può permettersi di restare a casa. Zmarzla ha un contratto regolare e vive da sola. Far quadrare i conti alla fine del mese non è semplice. “Finora ho guadagnato 740 euro netti al mese, e ne ho spesi 400 di affitto per un appartamento di 55 metri quadri e 122 per un abbonamento trimestrale ai mezzi pubblici”, dice. “Spero che quello che sta succedendo faccia capire una cosa: è facile dire aiutateci nelle nostre case e poi scaricarci quando le cose vanno male. Io pago le tasse e vorrei essere trattata come tutti gli altri, avere le tutele che hanno anche le altre lavoratrici e lavoratori”, dice.

Come darle torto?

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