L'urologo operò il boss Bernardo Provenzano

Colpo di scena su un giallo lungo vent’anni: un’intercettazione riapre il caso della morte di Attilio Manca

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“Arriva adesso la pubblicazione di un’intercettazione nella quale si afferma che nel cerchio ristretto che accudiva il boss Bernardo Provenzano si discuteva della necessità di uccidere un medico (a quel medico «va fatta una doccia» dicono nell’intercettazione gli uomini di Provenzano). È la conferma alle rivelazioni già fatte da numerosi collaboratori di giustizia. E la conferma delle inspiegabili falle istituzionali che si sono verificate a protezione della latitanza di Provenzano”. Sono le parole all’Agi – riportate dal Corriere della Sera – di Fabio Repici, legale della famiglia di Attilio Manca, l’urologo siciliano morto nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2004 a Viterbo, la città in cui lavorava da meno di due anni.

Una morte archiviata come suicidio, che però nel tempo è stata oggetto di numerosi dubbi. Mai approfondita la tesi, supportata da elementi di rilievo, per cui Attilio sarebbe stato ucciso perché avrebbe visitato Bernardo Provenzano per il suo tumore alla prostata, e soprattutto perché sarebbe stato un testimone scomodo della rete di protezione attorno al boss eretta da una parte deviata dello Stato. È un’ipotesi che ha preso sempre più piede in questi anni,nel 2013 oggetto di una relazione di una minoranza parlamentare. Nel corpo di Manca venne rilevata la presenza di alcol e barbiturici. Gli investigatori della prima ora puntarono immediatamente sulla tesi del suicidio, concentrandosi nel documentare i rapporti tra Attilio Manca e una donna romana con precedenti per droga, Monica Mileti, accusata in primo grado per aver ceduto sostanze a Manca. Poi assolta, però, «perché il fatto non sussiste».

La domanda è rimasta per tanti anni sospesa: Manca si rese conto che uomini dello Stato affiancavano la malavita? Nell’intercettazione ambientale, ora pubblicata dai giornalisti Tobias Follett e Antonella Beccaria, sei o sette uomini varie volte avrebbero ripetuto la condanna a morte, senza tuttavia pronunciare mai il nome del destinatario della minaccia, affermando che al medico «andava fatta una doccia», ovvero doveva essere eliminato. «È esattamente quanto ha spiegato il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico. Nelle sue dichiarazioni sull’omicidio di Attilio Manca, recentemente dichiarate attendibili anche dalla Corte d’appello di Reggio Calabria che ha condannato per associazione mafiosa Rosario Cattafi – commenta l’avvocato Repici – ha spiegato che l’assassinio dell’urologo barcellonese è un delitto compiuto in sinergia da Cosa Nostra e da apparati deviati dello Stato, in uno scenario tipicamente piduista. Lo stesso generale dei carabinieri tirato in ballo dal pentito D’Amico, se si guarda l’elenco dei soci onorari del circolo Corda Fratres, era uno dei più celebri affiliati alla loggia P2». Il legale invoca: Ora non ci sono più alibi per la Procura di Roma. Nelle prossime settimane chiederemo un appuntamento al procuratore Lo Voi e consegneremo nelle sue mani una denuncia nella quale compariranno tutti gli elementi raccolti in questi ultimi tempi».

Il legale va all’attacco: «La verità sul caso Manca è nascosta anche fra le pieghe degli archivi giudiziari nei quali riposano sotto tonnellate di polvere i misteri sulla latitanza di Bernardo Provenzano, protetta da settori istituzionali. Bisogna solo dissotterrare le informazioni insabbiate per decenni. A partire da quelle riguardanti la presenza di Bernardo Provenzano in provincia di Messina». Una ferita ancora aperta per Angela Gentile Manca, madre di Attilio: «Ho i brividi, come quando vidi le foto del cadavere di Attilio. Non ho potuto fare a meno di pensare all’Olocausto, quando gli ebrei internati, con la scusa di fare la doccia, venivano indirizzati alle camere a gas. Attilio fu vittima della stessa crudeltà. Il pensiero che questa intercettazione risalga al 2003 e che la Procura di Roma non ne abbia mai fatto uso mi toglie il sonno».

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