Il mobbing per maternità, una triste realtà

Com’è difficile la vita per le donne lavoratrici in dolce attesa

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Il mobbing per maternità colpisce mezzo milione di lavoratrici ogni anno. Vessazioni, ordinarie ingiustizie, discriminazioni subdole e banali ma non per questo meno tremende. Ecco cosa succede alle lavoratrici da poco diventate madri, considerate dalle aziende “meno produttive”. Non è un paese per mamme, questo. Tutt’ altro. E’ un’Italia che ha come bersaglio le lavoratrici che hanno appena provato la gioia della maternità.

Riduzioni dell’orario negate, abbassamento dello stipendio, mobbing, contratti stracciati. Purtroppo è ancora questa la norma in Italia, ma sono in aumento le eccezioni di donne incinte e assunte a tempo indeterminato. Mentre nelle aziende si continua a demansionare, isolare e provare psicologicamente le lavoratrici fino a provocarne le dimissioni. E neppure una legge severa come la 151/2001 riesce ad arginare abusi e ingiustizie di genere. Le storie sono numerosissime. Attraversano il belpaese in una desolante geografia che da Milano si srotola fino a Palermo. Per far fronte al problema i sindacati hanno creato sportelli appositi, in modo da dare alle donne i giusti consigli e fornire se necessario assistenza legale e psicologica.
Ci sono poi le così dette “gravidanze nascoste”. Infatti se, appunto, la legge protegge le lavoratrici dipendenti in stato interessante, che con certificato medico possono persino decidere di mettersi in maternità già nella fase iniziale della gravidanza, la stessa tutela non vale per le libere professioniste, le quali non hanno l’obbligo dell’astensione obbligatoria dal lavoro e non hanno diritto a indennità in caso di assenze per gravidanza a rischio. Molto spesso, per non perdere i progetti ai quali stanno lavorando e per non vedersi sostituite nel loro ruolo, tendono a nascondere la pancia fino a quando diventa impossibile, trascurando se stesse e i figli che portano in grembo.
Così racconta Cristina, architetto milanese di 32 anni: “Lavoravo in uno studio da quattro anni, a partita Iva. Un ambiente di lavoro molto competitivo, con orari massacranti, dove ho faticato davvero molto a farmi prendere in considerazione vista la mia giovane età, tanto che prima di assegnarmi un progetto internazionale da gestire interamente da sola sono dovuti passare tre anni. Scherzando ma non troppo, il mio capo a noi ragazze lo diceva spesso: ‘vedete di non rimanere incinte'”. La gravidanza è arrivata ugualmente, voluta e cercata. Però Cristina, terrorizzata all’idea di non riuscire a portare a termine quel progetto e di perdere il suo ruolo all’interno dello studio, ha deciso di nasconderla a tutti.

“Mi appiattivo il seno con una fascia – racconta – e fino alla fine del sesto mese ho indossato un corpetto contenitivo per nascondere la pancia che cresceva.” Al settimo mese la sua condizione era ormai evidente. Anche se lei ha tenuto duro, lavorando nove ore al giorno fino a quando è entrata in travaglio prima del termine. I suoi sforzi, però, sono stati vani. Cristina non è riuscita a concludere il suo lavoro, che – mentre era ancora sul letto d’ospedale reduce da un cesareo d’urgenza – è stato assegnato ad una sua collega. Il prezzo più alto, però, è stato pagato da sua figlia: nata prematura con seri problemi respiratori, è stata tenuta per due mesi in terapia intensiva. Una conseguenza forse provocata proprio dalla compressione dell’utero della madre. Storie che hanno dell’incredibile, che sembrano rubate a un romanzo tragico e anacronistico. Che però nella realtà succedono ogni giorno

Finalmente, in base alle previsioni della legge di Bilancio 2019, anche le lavoratrici autonome hanno avuto la facoltà di fruire dei 5 mesi di congedo esclusivamente dopo il parto: si può quindi scegliere se interrompere l’attività, e fruire della relativa indennità, dai 2 mesi prima del parto ai 3 mesi successivi, oppure un mese prima del parto, sino al quarto mese successivo, o, ancora, 5 mesi dopo il parto.

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