Come il blocco dei licenziamenti ha penalizzato donne e giovani

Ancora una volta, ad essere penalizzati, sono giovani e donne. Con il blocco dei licenziamenti (pura velleità italiana) della sinistra.

108
blocco-dei-licenziamenti

Una delle prime misure messe in atto dal governo Conte ormai più di un anno fa. Il blocco dei licenziamenti, fortemente voluto dalla sinistra parlamentare, è una misura tutta italiana: in tutta Europa non c’è uno Stato che abbia messo in campo una decisione simile. E, ora, anche la Commissione europea critica la scelta dell’Italia.

Il dibattito è serrato. Da un lato, i sindacati chiedono a gran voce che il blocco sia prolungato fino alla fine dell’anno (per una durata complessiva che arriverebbe quasi a due anni). Dall’altro, le imprese (motore vero della spesa pubblica italiana) sostengono che con il blocco si limita la capacità di fare impresa, intaccando quella flessibilità che deve essere caratteristica fondamentale di ogni azienda. Ciò non permette alle imprese di effettuare una ristrutturazione sana, che porterebbe anche a nuove assunzioni.

Ma i licenziamenti sono stati veramente bloccati? In parte. Sappiamo che nel 2020 a perdere il lavoro sono state 558 mila persone, molte meno delle 866 mila del 2019, ma pur sempre di più delle “0” promesse. A questi si aggiungono le centinaia di migliaia di contratti a termine non rinnovati e i tirocinanti che hanno subito la stessa sorte. Ed è proprio qui che la Commissione Europea ha trovato la criticità maggiore: il peso della crisi, grazie al blocco dei licenziamenti, è stato scaricato interamente sui lavoratori meno tutelati (categoria statisticamente composta nella sua maggioranza da donne e giovani).

Infatti, laddove un datore di lavoro avesse voluto rinnovare il proprio team, magari inserendo un ragazzo con capacità in linea con il mondo moderno, al quale aveva già fatto un contratto a tempo determinato, si è trovato a non poterlo rinnovare perché obbligato a tenere nella sua “squadra” chi invece godeva di un contratto a tempo indeterminato. E tanti cari saluti alla vecchia flessibilità aziendale.

Le imprese, con questa staticità obbligata, si troveranno così, alla fine del blocco, nella medesima situazione in cui versavano due anni prima. Sarebbe così sprecata quell’opportunità di rinnovare, innovare e mutare il proprio schema interno, caratteristica fondamentale per un’impresa nel 2021.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui