Comitato San Pellegrino contro la movida: il comunicato fa acqua da tutte le parti

Le argomentazioni del Comitato si annullano da sole: la piccola associazione di residenti parla di "interessi di pochi" riferendosi alle centinaia di persone che ogni sabato si recano nel quartiere

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Parliamo per l’ennesima volta del Comitato di Quartiere San Pellegrino, l’associazione di residenti della zona che tante volte e con tutte le proprie forze ha tentato di spegnere la movida viterbese sostenendo argomentazioni che trovano rispettive antitesi in loro stesse: solo un occhio superficiale e disattento potrebbe non notare tutta la loro fallacia.

Oggi si intende commentare, dopo svariati approfondimenti, la comunicazione effettuata dal Comitato il 29 maggio, tenendo comunque conto dell’oggettivo potenziale (positivo) che invece potrebbe avere tale associazione, confermato indelebilmente dalle comunicazioni precedenti e successive a quella presa in causa.

Le incoerenze nel suddetto testo sono molte: passiamo ad analizzarle schematicamente, per rimuovere ogni dubbio, oltre che spunti di controbattere ancora.

  • Il Comitato esprime solidarietà nei confronti dei gestori di locali, pub e bar nella zona, assurgendo allo stesso tempo che “Non accettiamo l’equazione San Pellegrino=Movida“; allora, spieghino, in cosa altro dovrebbe consistere tale equazione? Chi visita e frequenta la zona medievale di giorno, da anni, è ben consapevole del fatto che se ci sia un modo per far sopravvivere economicamente la zona, quello sarebbe senz’altro incrementare ancora di più il movimento della notte, visto che il giorno è latente di iniziative e frequentazione. E l’economia del resto del centro lo conferma: gli unici che riescono a contrastare situazioni di disagio economico e finanziario sono proprio i locali di ristorazione, perché, e di questo il Comitato dovrebbe farsene una ragione, oggi la (da loro definita) “moda” è questo.
  • In nome della storia, vogliono fermare la storia. La movida “è una moda”, scrivono dal Comitato, e cos’è la moda se non un particolare aspetto/comportamento di un ben delineato momento storico?
  • Poiché probabilmente consapevoli della fallacia delle proprie asserzioni, ecco che nel testo il campo si restringe improvvisamente dalla “movida” alla “mala-movida“, lasciando trasparire un velo di incoerenza (e opportunismo) che per i più attenti non è difficile cogliere. La movida, a quanto pare, diventa “mala-” solo quando conviene. E tuttavia, sarebbe come chiedere a un supermercato di chiudere perché nel suo negozio talvolta rubano dei ladri: è bene non generalizzare, e richiedere magari (come fatto in altre comunicazioni) un controllo maggiore da parte delle forze dell’ordine, senza andare a gravare sulla vita sociale (e economica) di frequentatori e gestori dei locali che si sanno comportare.
  • “Non si vuole negare la valenza sociale di bar e pub, siamo consapevoli che il settore alimentare, il cibo e le bevande, rappresentano una forma di cultura, ma non è certo questa la valorizzazione culturale che dovrebbe essere riservata a un quartiere come San Pellegrino. Ci vuole ben altro, per fare cultura che invitare due barman, promoter di marchi famosi, come fanno i gestori del 77.” E qui c’è ancora una grande caduta: il Comitato si sente in potere di decidere quale sia una cultura “più valida” di un’altra; come se non bastassero le decine di programmi tv (e sui social) su cibo e cocktail, a dimostrare quanto questo tipo di passa-tempo sia ormai uno dei prediletti dalla società contemporanea (soprattutto italiana). E il Comitato dovrebbe fare attenzione allora a dire che vuole “guardare al futuro”, quando questi pensieri buttati lì a casaccio non hanno riscontro con quanto affermato poco prima.
  • Il Comitato sostiene che i turisti, dopo essersi goduti il centro storico di giorno, la sera vogliano dormire. Ve li immaginate i turisti alle 22 a letto per dormire? Non c’è bisogno di aggiungere ulteriori commenti a un’affermazione che si annulla autonomamente dall’interno.
  • Ed ecco ancora il “Noi non vogliamo che i locali chiudano, ma…” asserzione che ricorda un po’, per struttura sintattica e concettuale, il tanto famoso “Non sono razzista, ma…” (e vuole, appunto, arrivare a rinnegare immediatamente la negazione iniziale, passando a riconfermarla per nuove vie)
  • Lo sviluppo ulteriore del turismo e del commercio della notte, e dunque l’equazione “San Pellegrino=Movida” sarebbe per il Comitato, e qui arriva il pezzo forte, un sacrificio delle testimonianze del passato e di “un bene di tutta la cittadinanza” agli interessi di pochi. Perdonate, ma in certi casi è davvero complesso non essere sarcastici: un’associazione fatta di un ristrettissimo numero di persone, rivolta a centinaia e centinaia di individui, di ogni genere, parla di “interessi di pochi”. Come detto precedentemente, certe affermazioni si annullano da sole.
  • E’ bene anche riportare un commento di un giovane viterbese, per fare ulteriore chiarezza su quanto appena detto: “Chi fa parte del comitato? Perché non tutti i residenti di San Pellegrino vengono chiamati alle riunioni del comitato? Perché alcuni residenti di San Pellegrino che hanno espresso un parere contrario al comitato non sono più stati chiamati ad esprimere la loro opinione?

Per il resto, al Comitato di Quartiere San Pellegrino, non ci sarebbe da criticare nulla: nelle altre comunicazioni assistiamo a tante belle proposte che il Comune sarebbe bene ascoltasse; modi per migliorare il centro storico, la sua vivibilità e la sua igiene, oltre che il turismo (ora praticamente assente) durante le ore di sole.

Occorrerebbe, piuttosto che chiedere ad Alessia Mancini di togliere le deroghe orarie che molto hanno fatto bene all’economia di tanti gestori, che il Comitato si muovesse solo in altre vie, lasciando alla movida fare il suo corso: “E’ una moda destinata a finire” sostengono, e dunque lasciatela svanire per morte naturale, senza cercare inutilmente di impedire l’ordinario scorrere delle cose, per (IL VERO) interesse di pochi.

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