Con Giovannino nel cuore… il bambino abbandonato dai genitori perché malato

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“Non siamo mai così indifesi verso la sofferenza, come nel momento in cui amiamo.” Così scrisse Sigmund Freud.

Ogni fragile vita ha un valore infinito, ogni bambino ha il diritto di essere amato, accudito, coccolato.
Anche Giovannino.
Tuttavia, non è facile accogliere un bambino “diverso”.
Nessuno può permettersi di giudicare soprattutto chi non ha la sfortuna di trovarsi in determinate situazioni.
O la fortuna.

Sì, perchè accogliere, amare, accudire un bimbo diversamente abile o con patologie a volte potrebbe essere una fortuna. L’umanità che è dentro ognuno di noi viene fuori più forte.
Quante volte, dopo aver affrontato con determinazione una difficoltà, ne siamo usciti con una maggiore capacità di amare e più felici.

Giovannino, di soli 4 mesi, porta un fardello più grande di lui.
È nato ad agosto e soffre di una malattia rarissima, che colpisce solo una persona su un milione; solitamente quasi nessuno sopravvive più di qualche settimana. È delicato, non può mai stare al sole, perché la sua pelle è troppo fragile; il suo corpo deve essere cosparso di creme e oli ogni due ore.  L’ittiosi arlecchino, infatti, è una malattia della pelle che la rende delicata come carta velina. La chiamano così perché l’epidermide si spacca in grandi falde come i rombi del costume di Arlecchino: basta un respiro a causare una lesione. Ecco perché a Giovannino servono attenzioni costanti: il rischio infezioni è altissimo ed è per questo che l’aspettativa di vita di norma è bassissima.

Lui sta lottando per sopravvivere in una stanza della terapia intensiva neonatale dell’ospedale Sant’Anna di Torino. Quella stanza è diventata la sua cameretta, le infermiere le sue “mamme”, perché la sua mamma e il suo papà, purtroppo, lo hanno lasciato lì quando hanno saputo che il neonato era affetto da ittiosi Arlecchino. Non se la sono sentita, i genitori del piccolo Giovannino, di farsi carico di una vita tanto complicata. Ma, di fronte al loro rifiuto, poche ore dopo che la sua storia è stata resa nota, è subito scattata una corsa per adottarlo.
Tantissime persone vogliono prendersi cura del bambino, disposte ad amarlo e ad accudirlo con generosità.

Un bambino nasce così debole forse proprio per invitarci ad amare, a dedicare la nostra vita a un altro essere, per darle un senso. Tanti bambini, come Giovannino, portano nella loro carne le stigmate della sofferenza. La tenerezza con cui ci prendiamo cura di questi bambini è il segno che abbiamo imparato ad amare gratuitamente, senza attendere alcuna ricompensa, secondo la logica del Vangelo: “Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti.” Questi bambini ci costringono a riflettere sul senso della vita e sul valore dei nostri giorni.

Si è chiusa la porta dei genitori, ma si sono aperti tanti portoni per il piccolo.
È nato due volte, Giovannino.
La seconda volta nel cuore di molte persone.
Sarà un’esperienza durissima, per chi prenderà il bimbo, eppure chi lo farà certamente ne uscirà migliorato.

È facile amare un bimbo sano, bello, intelligente, senza problemi, ma l’amore più grande è quello che dimostriamo nei confronti di chi non è come vorremmo che fosse.

Io, come insegnante, posso dire che avere in classe un bambino diversamente abile o con difficoltà è un grande privilegio per chi deve prendersene cura. Ho imparato tanto da questi alunni, molto più che dagli altri e ammiro i loro genitori: l’amore e la forza che dimostrano dà un senso vero alla loro vita e a quella di ogni creatura.
Quando gli scorsi anni scolastici, gioivo per una piccola conquista del bimbo a me affidato o vedevo l’amore che mettevano i compagni nell’aiutarlo, mi rendevo conto che il mosaico della nostra esistenza acquista valore proprio in questi momenti.

Ora penso con amore a Giovannino, all’egoismo dei suoi genitori (senza comunque giudicare), ma soprattutto alle decine di richieste di adozione arrivate per il piccolo. Il centralino del Sant’Anna sa come è grande il cuore dei torinesi e di molte persone di tutt’Italia che hanno ascoltato la storia di Giovannino e chiedono di prendersene cura. Lui sarebbe pronto ad andare a casa anche subito, se si trovasse una famiglia, ma tutte le richieste devono passare dall’ufficio Casa dell’Affido del Comune di Torino. Gli italiani sono un popolo di cuore. Chi deciderà di prendersene cura avrà un grosso impegno, ma avrà il privilegio di dimostrare che la nostra vita non vale nulla se non si è pronti a dare tutto l’amore che possiamo, anche a costo di sacrificare la nostra vita per gli altri.

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