Coronaviurus e carcere, l’Arci: “Sono necessarie misure più radicali”

183
Mammagialla, il carcere di Viterbo

Riceviamo e pubblichiamo dall’Arci, che commenta la situazione nelle carceri mentre dilaga il coronavirus COVID19 in Italia.

“Siamo rimasti in attesa delle misure del governo in tema penitenziario per rispondere all’emergenza coronavirus. Un’attesa lunga e rischiosa, non compensata però da misure efficaci per la salute di tutte le persone che il carcere lo vivono quotidianamente – per lavoro, per scontare una pena o per attendere un processo – e per tutti noi che lo osserviamo solo da lontano.

Le misure previste nel decreto del governo in tema penitenziario per rispondere all’emergenza coronavirus sono inefficaci e ci tengono ancora lontani dalla possibilità di immaginare la gestione di possibili contagi negli istituti penitenziari.

In questi giorni stiamo ricevendo molte lettere dalle persone detenute nel carcere di Viterbo dove Arci VIterbo e Arci Solidarietà Viterbo Onlus lavorano ormai da 15 anni. Le persone detenute ci raccontano di uno sforzo notevole da parte di tutti gli operatori per gestire senza tensioni questo momento difficilissimo facilitando la comunicazione telefonica, utilizzando Skype per i colloqui, supportandole nella redazione di istanze per le misure alternative alla detenzione in carcere quanti, anche prima del nuovo decreto, si trovavano nella condizione di eseguire la pena fuori dal carcere, ascoltando rappresentanze di persone detenute per prevenire i problemi Ci scrivono di agenti di polizia penitenziaria, educatrici, psicologhe e direttrice che stanno cercando di organizzare la quotidianità detentiva come meno afflittiva in una situazione che tutti avvertono come rischiosa per il timore di contagi. Ci raccontano con senso di responsabilità che ognuno, detenuto o operatore, al di là dei ruoli, sta facendo il possibile per tutelare se stesso e gli altri.

Ma in carcere non è possibile rispettare le regole di precauzione che tutti noi siamo chiamati ad osservare per contenere il contagio. Il sovraffollamento impone una prossimità forzata tra le persone e mette a rischio la salute delle persone detenute, di chi in carcere lavora e dei familiari di ogni operatore. Sappiamo bene che il carcere in ogni territorio può diventare una bomba sanitaria che si può ripercuotere sulla salute collettiva e sulla tenuta del sistema sanitario territoriale e nazionale.

Per questi motivi, e per il diritto alla salute di ogni cittadino – libero o detenuto non deve e non può fare la differenza –, ci si aspettava un insieme di soluzioni più radicali, capaci non solo di ristabilire il dislivello di oltre diecimila persone tra capienza e numero di persone presenti, ma anche di creare i presupposti per gestire al meglio i contagi che già iniziano a varcare le mura del carcere”.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui