Marco vive in Germania da quasi sei anni e lì gestisce il "Tirelli's" insieme alla sua famiglia: ecco come stanno vivendo la pandemia

Covid e ristorazione: il racconto di Marco Tirelli, ristoratore viterbese a Berlino

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Pandemia, lockdown, restrizioni alla mobilità e crisi economica per tutti quei comparti che – ormai da quasi un anno – hanno dovuto cessare la propria attività a causa dell’emergenza sanitaria. Questa è la realtà dell’Italia, ma ci siamo mai chiesti come stanno vivendo la stessa situazione negli altri Paesi europei e soprattutto chi possiede un’attività all’estero?

Abbiamo contattato Marco Tirelli, nato a Viterbo e che dopo gli studi nella Capitale si è trasferito in Germania, a Berlino, dove vive da oltre cinque anni e mezzo. Lì gestisce un ristorante di cucina italiana, il Tirelli’s, insieme alla sua famiglia.

Buongiorno Marco, ci parleresti della situazione Covid in Germania? Come state vivendo questo periodo, considerando anche il tuo lavoro come ristoratore?

“Escludendo il primo lockdown di marzo e aprile, la seconda ondata  è stata affrontata chiudendo ristoranti e bar dalla fine di ottobre, con possibilità di effettuare servizio di asporto e consegne a domicilio; anche adesso stiamo continuando a lavorare così e credo che durerà fino ad aprile. In precedenza le regole erano pressoché le stesse dell’Italia: distanziamento tra i tavoli, registrazione dei clienti all’ingresso, ma non ci hanno mai imposto la chiusura solo a cena. I numeri dei contagi però non sono diminuiti e così dall’inizio di dicembre sono scattate anche le chiusure di scuole e altre attività come negozi di abbigliamento, casalinghi, parrucchieri…”.

Riguardo alle altre restrizioni, che tipo di misure sono state messe in atto da voi per contrastare la diffusione del Covid?

“Innanzitutto qui ognuno dei Länder può decidere autonomamente di inasprire o allentare le regole. Per esempio a Berlino, dove vivo, il sindaco da gennaio ha imposto di non uscire per più di 15 chilometri dal perimetro della città, – fatto salvo esigenze di necessità, salute o lavoro – ma in precedenza non c’erano mai stati divieti sugli spostamenti da una città all’altra, o divisioni sulla base di fasce di colore come in Italia: le persone potevano muoversi liberamente, mantenendo le dovute accortezze nei luoghi pubblici. Anche l’autocertificazione da noi non esiste. In generale i tedeschi prendono molto sul serio le parole e le raccomandazioni delle forze governative, come per esempio quella di non indossare mascherine in stoffa sui mezzi pubblici o nei luoghi più affollati”.

In Italia negli ultimi mesi sono emerse le difficoltà che sta vivendo il settore dell’Ospitalità a causa dell’emergenza, tra ristori promessi e mai arrivati o insufficienti. Cosa puoi dirci su questo?

“Per noi il governo ha previsto la possibilità di richiedere il 75% di quanto dichiarato l’anno precedente, sottratta la cassa integrazione per i dipendenti e le vendite concluse in quel mese con l’asporto. In Germania il funzionamento è diverso, in quanto la cassa integrazione ai collaboratori viene anticipata dal datore di lavoro e rimborsata dal governo alla metà del mese. Non abbiamo avuto problemi sotto questo punto di vista perché c’è una buona burocrazia, rapida anche via telefono o mail. Non ci sono state proteste o altre manifestazioni di questo tipo perché di fatto abbiamo ricevuto gli stessi soldi dell’anno prima”.

Come sta procedendo la campagna di vaccinazione in Germania?

“Le vaccinazioni sono iniziate a fine dicembre con gli stessi criteri previsti in Italia: prima sarà immunizzato tutto il personale sanitario, poi gli over 80 e così via. Dopo alcuni attimi di rallentamento la campagna sta procedendo bene, anche se a quanto ho potuto vedere l’Italia al momento ha dei numeri superiori. L’unica differenza che posso riscontrare riguarda il fatto che gli anziani qua vengono contattati tramite una lettera che arriva direttamente a casa, invece che tramite il loro medico di base”.

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