Covid, medici e infermieri da angeli (della prima ondata) a demoni. La testimonianza di chi è in prima linea

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Un anno e mezzo di Covid ci ha cambiato? Profondamente. Da quel 21 febbraio dello scorso anno, la percezione che avevamo del mondo, del nostro Paese, del sistema sanitario  nazionale, di noi stessi e degli altri è mutata sensibilmente.

Dalla mascherina alla paura della vicinanza dell’altro, a una sanità che improvvisamente veniva allo scoperto con tutte le sue falle, e gli infermieri, i medici e il personale sanitario che, per la prima volta, diventavano visibili, applauditi. Diventavano, loro malgrado, eroi e angeli. Tante furono le manifestazioni d’affetto e di ringraziamento in molte città.

Anche a Viterbo, lo scorso settembre, quando il reparto Covid n.1 era chiuso da aprile, fu organizzata una cerimonia pubblica per dire ufficialmente GRAZIE a coloro che, nei mesi più bui, si erano adoperati fino allo stremo delle forze per gli altri. Poi vi fu la seconda, tremenda ondata.  A ottobre il reparto riaprì, ricominciò il tragico bollettino dei morti e dei contagi giornalieri e poi coprifuoco, zone rosse, Dad. La gente cominciò a spazientirsi. Qualcosa era profondamente cambiato negli animi. Da Eroi, medici e personale sanitario furono visti da molti come complici del sistema, che ancora non funzionava.
Prima angeli, poi demoni. Prima eroi, poi persone da insultare. Gli infermieri e i medici furono spesso presi di mira: nessun attestato di stima quando prima c’erano striscioni, manifestazioni d’affetto e pizza regalata in ospedale.

Eppure erano sempre lì, con le “tute”, le mascherine ad accudire i malati, a rischiare il contagio, ad aiutare.
Abbiamo sentito la testimonianza di un’infermiera, che ha confermato che, anche a Viterbo,  presso il centro Covid n.1 di Belcolle, non tutti i parenti dei malati si sono dimostrati comprensivi e riconoscenti, durante la seconda ondata.

Alcuni inveivano contro il personale sanitario perchè pretendevano di avere più videochiamate e notizie dei parenti ricoverati (ma i malati bisognosi di cure e assistenza erano 34 e non era facile fare per tutti spesso videochiamate); alcuni parenti se la prendevano con gli infermieri per le falle della sanità pubblica. Non molte le persone pronte a ringraziare.

Che cosa era successo? Certamente è più facile investire chi ogni giorno è alle prese con le cure, il dolore, le paure, a volte la morte; con il Covid.

Facile identificare negli operatori sanitari la propria paura. E quindi prendersela con loro. È più semplice attaccare chi ha contiguità fisica e responsabilità di gestione con il problema.

Di solito le persone che reggono meglio periodi drammatici come questo sono quelle che riescono ad accettare la realtà per quella che è, pur essendo spesso drammatica. Che ascoltano, sperimentano la resilienza.

Mettersi nei panni dell’altro, a volte aiuta. Gli infermieri,  i medici, il personale sanitario sono persone che hanno visto il dolore, la morte di pazienti senza il conforto dei parenti; hanno anch’essi lottato contro i limiti della sanità pubblica mettendo la loro forza, la competenza, il loro tempo. Il loro disagio psicologico è stato grande. Qualcuno dirà che hanno fatto solo il loro lavoro. Ma proviamo ancora a calarci nei loro panni: immaginiamo una donna che torna a casa la mattina e sveglia i figli per andare a scuola o per collegarsi in DAD, dopo un turno di notte nel reparto Covid in cui ha visto amici intubati, anziani morenti, senza ossigeno e senza un familiare accanto, giovani sofferenti. Togliendo la “tuta” anticontagio, con il pensiero al rischio continuo di contrarre il virus e di trasmetterlo ai cari, con la sensibilità che è propria degli esseri umani, svalutata da chi dovrebbe ringraziarla, cosa prova?

I meccanismi mentali che spingono prima a idealizzare e poi a svalutare le persone sono comuni in molti campi.

Vi sono vari aspetti, cognitivi, psicologici, culturali che entrano in gioco e il sistema di valori di ciascuno. Molti continuano fortemente a valutare positivamente l’operato del personale sanitario, ma per alcune persone è più facile attaccare medici e infermieri.

Tanti di loro cominciano a sentirsi soli nella lotta contro il coronavirus, sconfortati e delusi ma non mollano.
E c’è chi ringrazia.

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