Dalla guerra alla poesia: il Giorno della Memoria e Salvatore Quasimodo

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L’orrore della devastazione della guerra che ha bruciato milioni di vite, ha incenerito le speranze e i sogni di un’intera generazione, che ha distrutto, fra esplosioni e incendi, le città, la tragedia del Nazismo e poi il giorno della Memoria per ricordare.

Ma la guerra non annichilisce i poeti che cantano, dal profondo dell’anima, lo sdegno e  il tormento, con versi che infiammano e diventano denuncia e ammonimento.
Fra i poeti che hanno saputo meglio esprimere il dolore che la guerra ha portato con sè c’è Salvatore Quasimodo nato a Modica (Ragusa) il 20 agosto 1901.
Figlio di un capostazione, dopo un’infanzia non facile, costretto a vagare da un paese all’altro, si diploma all’Istituto Tecnico e intanto pubblica poesie su alcune riviste simboliste locali. Nel 1919 è a Roma, per studiare ingegneria. Frequenta anche corsi di Latino e Greco. Lavora come disegnatore tecnico, magazziniere, geometra. Nel 1926, per lavoro, è a Reggio Calabria.

Nel 1029 lo scrittore Elio Vittorini, da poco suo cognato, lo invita a Firenze; scrive sulla rivista «Solaria», e poi il poeta siciliano pubblica Acque e terre (Firenze, 1930)

Nel 1931 va ad Imperia per lavorare al Genio Civile, e poi a Genova. Quasimodo si dedica alla stesura di una seconda raccolta: Oboe sommerso (Firenze, 1932) con cui il poeta dichiara di aver dato inizio all’Ermetismo .

Quasimodo, quasi a sorpresa, imponendosi su poeti ritenuti più illustri, riceve nel 1959 il premio Nobel
Nel 1968, fu colto da un malore mentre si trovava ad Amalfi e morì sull’auto che lo portava d’urgenza a Napoli.

Una delle liriche che maggiormente esprimono l’animo del poeta, in questo periodo della sua produzione artistica è “Alle fronde dei salici”

«E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento».

(da Giorno dopo giorno)

In “Alle fronde dei salici” riecheggia un dolore che attraversa i millenni, e che brucia il cuore, sempre uguale. “Ed è subito sera”

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