“DANTE E BICE”, L’EZIOLOGIA DEL SENTIMENTO AMOROSO

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Il manufatto narrativo messo in scena da Benito Recchilongo in “Dante e Bice” (casa editrice La Bussola, prefazione di Alfredo Passeri; 11€) è lo stimolo perfetto per rivisitare l’antico profilo del “personaggio letterario”.

Quello del personaggio è un “tópos” più volte ripreso, oscillante entro la densa plasticità fra il funzionalismo narrativo, l’anarchia pirandelliana e il teorema de “l’opera aperta” di Umberto Eco.
Considerato che l’argomento rischia di cedere verso la sponda della teoria del romanzo è opportuno prendere le opportune cautele e ricordare che l’opera letteraria è materiale complesso (nell’accezione di quanto ha fatto recentemente guadagnare il Nobel al fisico Giorgio Parisi) e non si può trascurare la possibilità che il romanzo sia alla fine un “evento emergente”, non interpretabile pertanto e non interamente riconducibile e predicibile in termini di personaggi, ambienti, vedute letterarie e intenzioni narrative dell’autore.

“Dante e Bice” è in realtà un racconto breve che di questo format contempla formalismi, ruoli, intreccio rapido e bioritmi che incalzano veloci senza tuttavia che l’autore manchi di pedinare da vicino i suoi personaggi mantenendo sotto costante osservazione la loro condensata umanità, facendo talvolta ricorso alla tecnica del “racconto dal di dentro”, cosa che gli permette di ragguagliare il lettore sulla promiscuità di emozioni allo stato nascente perché alla fine tutti siamo passati in quelle pagine e in quelle righe e tutti ci conosciamo e riconosciamo. Inclusa la coincidenza dell’innamoramento al tempo del coronavirus.


Recchilongo fa anche uso di immagini e “correlativi oggettivi” che restituiscono talvolta la sensazione di sfogliare un fumetto senza disegni perché le immagini sono prodotte direttamente dalle parole per il tramite del meccanismo neurale dell’associazione.
Nel caso particolare di Recchilongo non è del tutto chiaro se a giocare sia la distanza oppure la vicinanza letteraria fra Dante e Bice e la coppia Alighieri-Portinari de “La vita nuova” e la circostanza che l’alchimia dei sentimenti amorosi è infine la medesima e costituisce un ingrediente fondamentale dell’antropologia dell’Homo sapiens consente all’autore di condurre in porto la materia del racconto mantenendo sotto sufficiente controllo l’innamoramento giovanile per il capolavoro dantesco.

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Come succede spesso nelle cattive come nelle buone cose anche “Dante e Bice” produce i suoi effetti collaterali.
Benito Recchilongo ha scelto per la presentazione del suo libro una location viterbese perché il racconto dissemina i suoi passi nella Tuscia contemporanea e ottenuto il favoreggiamento di due sodali per completare il suo design espressivo: l’accademico e prefatore Alfredo Passeri e lo speleologo della voce umana Diego De Nadai.

Venerdì 10 dicembre, al Teatro Caffeina di Viterbo, Passeri ha ricostruito l’eziologia del racconto unificando contenuti e temi con dettagli biografici e autobiografici (Passeri è stato allievo di Recchilongo) mentre Diego De Nadai ha disimpegnato il suo rapporto di complicità recitando testi ad alta densità emozionale. Nel caso particolare di De Nadai va preliminarmente chiarito che questi non presta la propria voce al testo ma il contrario: è il testo che si concede alle sue intense rifrazioni sonore per distillarne gli aromi migliori.
A De Nadai il non piccolo merito di aver ricondotto con giusta dismisura la voce umana all’equivalente acustico della poesia.

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