Dopo quasi vent'anni il 3 maggio scorso la Procura ha aperto un nuovo fascicolo

Misteri di cronaca. Denise Pipitone, un giallo senza risposte da diciassette anni

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Diciassette anni esatti. Diciassette anni di ricerche, avvistamenti, presunti depistaggi e tante (tante) fake news. Era il 1° settembre del 2004 quando una bimba di 4 anni appena scompare nel nulla da un marciapiede in via Domenica La Bruna. Siamo a Mazara del Vallo e fa tanto caldo. La bambina vive con la mamma Piera Maggio e Tony Pipitone, il padre che l’ha riconosciuta. Perché Denise era nata da una relazione extraconiugale della donna.

Le ricerche iniziano immediatamente: la provincia di Trapani viene battuta per largo e per lungo. Giornalisti ed inviati assediano vicoli e case spazzando via la quiete del paesino di provincia. Immediatamente si sollevano i vapori tossici di maldicenze ed insinuazioni, chiacchiere e sospetti. Si parla del padre biologico di Denise, Piero Pulizzi, e delle gelosie di Jessica, che di Denise è sorellastra. Nei piccoli centri, dove i singoli destini si muovono in perimetri angusti, si sa tutto di tutti. E fin da subito gli inquirenti si concentrano sulla pista familiare.

La giovane Pulizzi, anche lei minorenne, viene così indagata per concorso in sequestro di persona insieme all’ex fidanzato Gaspare Ghaleb, processata ma infine assolta per insufficienza di prove. Nella difficoltà di silenziare in tutti questi anni i fantasmi del dubbio, si sono fatti strada numerosi avvistamenti. Il più verosimile di tutti quello di Felice Grieco, la guardia giurata di Milano che, il 18 ottobre 2004, riprese fuori da un istituto bancario una bambina dal nome Danas, in compagnia di una famiglia rom ed incredibilmente somigliante a Denise. Da quella segnalazione, a cascata, ne sono susseguite decine, forse centinaia. Ultima in ordine di tempo, nell’inverno scorso, quella di Olesya in Russia che, seppur rivelatasi un clamoroso buco nell’acqua, ha dato un nuovo input alla ricerca della verità. Ma, come sempre accade, non solo.
La grancassa mediatica che è scaturita dalla scomparsa di Denise ha portato con sé una quantità enorme di fake news, conferme e smentite, presunti testimoni, improbabili ricostruzioni, lettere anonime, missive rituali e simboli. Uno in particolare, negli anni, lascia sgomenti. All’epoca dei fatti, precisamente quando il titolare delle indagini era il sostituto Alberto di Pisa, una telefonata anonima fece piombare un silenzio assordante su Mazara del Vallo. Nelle campagne limitrofe venne infatti segnalata la sepoltura di una piccola bara bianca. Dalle attività di ricerca, la macabra scoperta: ritrovata vuota. I campioni di Dna prelevati dal suo interno vennero confrontati con quello di Denise. E, anche se non fu trovata corrispondenza, Di Pisa ha sempre riferito di questo elemento come significativo, sia pur di difficile interpretazione.

Il ritrovamento della bara bianca, a cui la ex pubblico ministero Angioni ha fatto nuovamente riferimento con un post di fine luglio sul suo profilo Facebook, spaccava e spacca in due lo scenario: il messaggio non scritto tra le righe poteva essere quello di smettere di cercare Denise perché la bara ne rappresentava la morte oppure era un semplice depistaggio? Perché la Angioni, che ha chiesto di essere risentita per far luce sulle sue recenti dichiarazioni e per le quali risulta, ha fatto ancora menzione di un simile episodio? Da questo incessante turbinio mediatico, il 3 maggio 2021, la Procura di Marsala è tornata ad indagare sul caso. E dopo 17 anni sono finiti nel registro degli indagati Anna Corona, la cui posizione all’epoca venne archiviata, e Beppe della Chiave.

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