Dissequestro del cantiere dell’assessore, i giudici spiegano il perché

Manca il presupposto per la misura cautelare: carenti gli elementi forniti dalla pubblica accusa

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dissequestro montefiascone
A sx l'assessore di Montefiascone Massimo Ceccarelli. A dx l'avvocato Valentini

Mancavano i presupposti per il sequestro preventivo del fabbricato in costruzione in via Bertina, per cui è coindagato (ci sono anche il progettista e il proprietario della villa) l’assessore/imprenditore edile Massimo Ceccarelli. Che ha la delega all’Urbanistica e ai Lavori pubblici. È proprio per questo che il doppio sequestro e l’altrettanto doppio dissequestro del cantiere ha fatto molto clamore (quando c’è di mezzo la politica tutto è ampliato).

Ma quali sono gli elementi dell’indagine e quelli che hanno portato il collegio del riesame a deludere per la seconda volta la procura, e a ordinare il dissequestro del cantiere, dove erano stati messi di nuovo i sigilli il 5 aprile scorso? Nell’ordinanza di riesame, il collegio dei tre giudici (Gaetano Mautone, Elisabetta Massini e Roberto Colonnello) “osserva” alcuni atti dell’indagine svolta dalla procura della Repubblica in merito all’immobile oggetto di sequestro e alle risultanze della consulenza tecnica disposta dal pubblico ministero. Poi, il collegio esamina i motivi di riesame (e i documenti) proposti dai tre indagati. Nell’osservazione, il collegio prende atto dei due capi d’accusa che la procura rivolge agli indagati: il capo di imputazione A riguarda reati edilizi, quello B dei reati ambientali. I presunti reati edilizi: a) gli indagati avrebbero “costruito o concorso a costruire un fabbricato di tre piani in assenza del permesso di costruire, per essere quello numero 21 del 2017 (variante al permesso di costruire numero 12 del 2015) illecito perché fondato su elaborati progettuali allegati alla richiesta del titolo recanti dati non corrispondenti al vero”; b) “l’intero fabbricato” sarebbe impostato a un’altezza superiore rispetto a quanto autorizzato, “con un notevole aumento di volumetria”; c) gli indagati avrebbero “costruito completamente fuori terra il piano previsto come parzialmente interrato”.

Il capo di imputazione B, invece, riguarda dei presunti reati ambientali: secondo la procura gli indagati avrebbero “realizzato il fabbricato in totale difformità dell’autorizzazione paesaggistica numero 13 del 2017 rilasciata in subdelega dal Comune di Montefiascone, essendo fondata su elaborati progettuali non corrispondenti alla realtà”.

Oltre al quadro accusatorio della pubblica accusa, il collegio del riesame ha preso visione di alcuni documenti, prodotti sia dalla difesa degli indagati (l’avvocato dell’assessore Ceccarelli è Enrico Valentini) che dalla pubblica accusa (il titolare del fascicolo è il pm Franco Pacifici). Tra questi documenti ci sono una “relazione tecnica redatta su richiesta del Comune di Montefiascone da un geometra prima della richiesta di sequestro preventivo e pur tuttavia non prodotta dal pm dinanzi al gip”; le norme tecniche di attuazione del piano regolatore generale del Comune di Montefiascone.

Ebbene, in base alla documentazione analizzata, i tre giudici spiegano che “non sussiste il fumus dei commessi reati di cui ai capi A e B indicati, unitamente ad altri, nella richiesta di sequestro preventivo avanzata dal pm”.

Nello specifico. Uno: per il collegio del riesame “non può affermarsi l’erronea rappresentazione della realtà nell’elaborato progettuale allegato alla richiesta di permesso di costruire (…)”. Due: “Non appaiono affatto decisive le conclusioni cui perviene il consulente tecnico del pubblico ministero nella relazione tecnica del 27 febbraio 2019 (…)”. Tre: “Risulta inconcludente la relazione del consulente del pm nella parte in cui evidenzia che un piano avrebbe dovuto essere completamente interrato e che ciò ‘allo stato di fatto non risulta’: risulta invero possibile accertare tale tipo di difformità solo dopo il completamento dell’opera (…)”.

Da qui, concludono i giudici, “le considerazioni di cui sopra conducono a escludere anche la sussistenza del fumus del reato di cui al capo di imputazione provvisorio B”. Quindi, sia per i presunti reati edilizi che per quelli ambientali, non ci sono i presupposti per il sequestro preventivo. Ma, aggiunge il collegio del riesame, “l’attuale carenza e la contraddittorietà degli elementi in ordine alla sussistenza del fumus dei contestati reati, se da un lato preclude l’adozione di un provvedimento di sequestro preventivo, dall’altro non rende possibile neppure accertare positivamente l’insussistenza di difformità edilizie della cui eventuale realizzazione risponderanno gli autori”. Insomma, c’è il dissequestro ma rimane il monito a edificare in modo corretto e legale.

Ps. Il fumus boni iuris in diritto indica uno dei due presupposti (l’altro è il cosiddetto periculum in mora) necessari per ottenere un provvedimento cautelare, come il sequestro preventivo.

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